Home Anno 12 N 53 Pag. 8 Settembre 2005 Antoine Fratini


Antoine Fratini
 RICERCHE 

ANIMISMO E SOCIETA'

I soldi non fanno la felicità, ma vi contribuiscono!

E allora via verso un indaffaramento sempre maggiore, esaltati da questa parvenza di grande verità.
Se gli umani riuscissero a vedersi dal di fuori, se esistesse anche soltanto un luogo, che so, un pianeta magico che desse loro questa opportunità, quale panorama si offrirebbe ai loro occhi?
Si accorgerebbero, forse, della loro nevrosi collettiva, della loro bulimia materialistica?
Avere, spendere sempre di più, cambiare elettrodomestici con modelli sempre più nuovi e sofisticati, cullarsi nell'illusione del benessere materiale in nome dell'Economia. Come non ricordare l'odiosa "pubblicità regresso" mandata in onda recentemente dal nostro governo che suggeriva alle persone di fare "girare i soldi", di fare acquisti in nome di sua santità Economia. Il senso di questa pubblicità è perfettamente religioso: "Oggi ho acquistato (anche se non ne avevo bisogno, anche se questi acquisti non mi hanno per niente arricchito interiormente e tutto sommato non hanno nemmeno migliorato il mio benessere), ergo, oggi posso essere felice, ho fatto il mio dovere. Ho sacrificato tempo e energia in onore del mio Dio e questi può essere contento di me. Di sicuro Egli alla lunga mi ripagherà dei miei sforzi e sacrifici dispensandomi nuove ricchezze come solo Lui sa fare!" Notare che il tra parentesi rappresenta il rimosso.
E quell'altra pubblicità, sempre in tivù e sempre dello stesso governo, sul treno ad alta velocità che osa dire "nel pieno rispetto dell'ambiente (da leggere al contrario secondo l'acuta formula della significazione per antitesi segnalata da Freud nella sua Interpretazione dei sogni: in piena devastazione di centinaia di chilometri quadrati di campi, boschi, argini, vecchie cascine...) per una Italia che corre".
Solo che il commento non prosegue a specificare dove corre l'Italia né perché dovrebbe correre.
Correte gente, correte, che arriverete di certo a chiedervi se tutto ciò sarà valso la pena, ma allora sarà ovviamente troppo tardi perché la freccia del tempo non si rivolta e vi accorgerete, forse con orrore, di avere buttato via la vostra esistenza.
A questo punto vi sarà più chiaro che il Dio che veneravate era in realtà un demone completamente privo del senso dello humour.
La felicità, questa meta che così spesso oggi se non da sempre l'uomo occidentale scambia erroneamente col danaro, non può dipendere troppo dalle condizioni esteriori: se si è felice veramente, lo si è sia davanti ad una pietanza semplice che davanti ad un piatto raffinato, sia camminando che sfrecciando alla guida di una bella automobile fiammante, sia mentre si gusta un panino seduti su di una panchina pubblica che accomodati al tavolo di un prestigioso ristorante...
Anzi, quello che tutti possiamo vedere è che nonostante le auto di lusso, gli ingenti conti bancari e i vestiti firmati gli uomini hanno il viso triste, sono nervosi e comunicano infelicità.
Questo, perché la felicità è una condizione interiore che si raggiunge sacrificando parte dell'interesse per le cose materiali in favore dei valori umani della sensibilità, dell'amicizia, dell'amore, dello scambio culturale, della percezione dell'unità di tutte le cose...
La società degli indiani d'America, per esempio, pur non essendo perfetta, dalle testimonianze e dagli studi antropologici che ci sono giunti risulta sicuramente più equilibrata e matura della nostra.
Certo, anch'essi conoscevano le guerre, ma queste non hanno mai portato alle stragi di massa che è stato invece il nostro lotto. E da loro, nella loro cultura, il danaro era assente. Pertanto, anche lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e sull'ambiente non poteva accadere. Al posto di quell'interesse estremo e sbilanciato che conosciamo verso il mondo materiale, essi ponevano il rapporto con le tradizioni, con il sentire e con gli spiriti che venivano a visitarli nei loro sogni.
È facile accorgersi, leggendo i testi originali appartenenti alla loro cultura, che in luogo del potere, del dominio, dello sfruttamento incondizionato e dell'accumulo ossessivo che caratterizzano l'uomo moderno, essi ponevano l'armonia con Madre Terra. Forse, tutte queste profonde differenze nascono principalmente dalla fondamentale distinzione esistente tra il pensare e il sentire. Presso gli indigeni, solitamente il primato è accordato al secondo tipo di atteggiamento, tanto che spesso la sede del pensiero viene da loro ubicata non nella testa, come da noi, bensì nel cuore.
In sintesi Karl Marx sostenne che il lavoro aliena l'uomo della società industriale perché lo porta ad impegnare maggior parte del suo tempo a produrre cose di cui non vede (non sente) la necessità. E, anche se una certa utilità a volte potrebbe effettivamente esserci sul piano collettivo, egli la percepisce come priva di senso nei propri confronti, cioè in rapporto a quell'essere particolare che egli è realmente.
Ma occorre andare oltre: l'alienazione oggi si rivela non dipendere soltanto dall'appartenenza ad una classe sociale piuttosto che ad un'altra, al proletariato piuttosto che alla borghesia o alle classi dirigenti; essa domina incontrastata l'intera società degli uomini, i piccoli imprenditori come i grandi industriali...
L'alienazione nell'indaffaramento è all'opera per esempio nei camionisti che dormono sempre di meno e macinano sempre più ore e chilometri pur di guadagnare di più, anche se questo mette a repentaglio la vita degli automobilisti; è operante nella classe dei medici che instaurano rapporti di complicità con le industrie farmaceutiche aspettandosi e ricevendo premi per il numero delle ricette che fanno; in quella dei commercianti che non mancano un'occasione per aumentare i loro prezzi e fare lievitare l'inflazione reale... Anziché buttar via in quel modo il loro tempo e le loro vite, queste persone potrebbero stare di più con i loro familiari e amici, fermarsi a contemplare in silenzio un bel paesaggio accorgendosi della sua maestosità e approfittandone per avvicinarsi maggiormente alla loro vera natura.
I ricchi credono nella ricchezza e si impiegano nel fare credere che tutti possono diventare ricchi come loro così da poter continuare a sfruttarli. In realtà, è l'idea del danaro e di ciò che esso rappresenta ai loro occhi a possedere e a sfruttare tutti.
Questa credenza porta alla rovina migliaia di vittime sacrificali ogni giorno nel mondo.
Persone che corrono, che rischiano, per poco o per molto, ma sempre in balia di una fede fanatica nel danaro, nello sviluppo, nell'economia come unica speranza di salvezza… In quel modo, la nevrosi del padrone raggiunge quella dello schiavo in una comunicazione circolare apparentemente perfetta in cui il denominatore comune è rappresentato dalla parola "economia". Niente di strano se in codesti scenari di possessione generalizzata le uniche possibilità di cambiamento sono rappresentate da sintomi quali il terrorismo e le catastrofe ambientali.
Oggigiorno, se viene a galla un problema di rilevanza sociale, per esempio relativo alla delinquenza, alla droga, al terrorismo ecc., esso non viene mai inteso nella sua rilevanza di struttura significante riguardante un difetto dell'intero sistema; esso è invece considerato e affrontato superficialmente come se si trattasse soltanto di cattive erbe da estirpare. In altre parole, tutte le misure prese per affrontare i problemi sociali tendono ad eliminare il problema stesso senza però rimettere minimamente in questione il sistema che sicuramente ha contribuito a produrlo. Proprio come avviene nella grande maggioranza dei casi a livello individuale nelle psicoterapie, dove ci si concentra sul sintomo cercando di eliminarlo senza però approfondirne il suo valore di simbolo che rimanda ad un disagio globale della personalità.


Antoine Fratini


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