Home Anno 15 N 55 Pag. 3 Aprile 2006 Agnese Galotti


Agnese Galotti
 METODO 

USCIRE DALLA NEGAZIONE O IL RISVEGLIO DELLA COSCIENZA!

"Chiudere gli occhi, abbassare lo sguardo, far finta di niente, voltarsi dall'altra parte, alzare le spalle, mettere la testa sotto la sabbia: sono numerosi i comportamenti più comuni che indicano l'incapacità o il rifiuto di guardare in faccia la realtà della sofferenza, nostra e altrui." (*)

Tra i meccanismi di difesa dell'Io presenti nei manuali di psicologia primeggia, accanto alla rimozione _ la più di moda _ e al diniego _ decisamente meno conosciuto _ la negazione.
Una situazione tipo, per descrivere la negazione, potrebbe essere questa:
un bambino ha appena urtato qualcosa di fragile che è caduto frantumandosi in mille pezzi; spaventato, istintivamente urla con tono assoluto e disperato insieme:
"Non sono stato io!". Questa frase rivela sia la consapevolezza di "centrare" qualcosa con quanto appena accaduto (avrebbe potuto tacere, nessuno lo aveva interrogato!) e sia la non disponibilità emotiva a riconoscersi responsabile.
In termini psicoanalitici, secondo Freud, la negazione riguarda piuttosto quei contenuti rimossi che, staccandosi dalla sfera dell'inconscio, accettano di emergere alla coscienza… ma ad un patto: di essere negati! "Lei si domanda chi possa essere questa persona del sogno. Non è mia madre!".
Si tratta dunque di un modo "indiretto" di prendere conoscenza del rimosso:
una sorta di passo avanti della coscienza rispetto alla rimozione, ma certo non ancora di un'accettazione del rimosso.
Viene in mente quanto suonino dubbi, talvolta, certi preamboli del tipo: "Non per offenderti, ma…"; "Non è certo per invidia che ti dico…", quando cioè le parole, insistendo nel mostrare che qualcosa non è, finiscono per sortire l'effetto opposto.
Nell'uso più corrente, in generale, la negazione riguarda infine una situazione, vissuta come sgradevole, che non viene riconosciuta (pur essendoci tutti gli elementi per farlo), che viene ignorata (pur "saputa") o distorta fino a renderla "normale" (tramite un aggiustamento forzoso).
Questo fenomeno, che fin qui abbiamo visto a livello individuale, può coinvolgere gruppi di individui e assumere delle proporzioni anche massicce su scala sociale: appare allora, di solito a posteriori, in tutta la sua eclatanza, la "negazione collettiva". Un esempio per tutti: la clamorosa capacità di negare che hanno mostrato quelle persone, assolutamente "normali" (non erano certo dei mostri), che furono, loro malgrado, testimoni della shoah.
Ancora più eclatante, se vogliamo, è che esistano tutt'ora persone che negano che quei fatti siano realmente accaduti, ma qui si tratta di "malafede".
Val la pena osservare come la capacità di negare sia uno stupefacente fenomeno umano!
Come ogni meccanismo di difesa ha sicuramente la sua funzionalità, ma oltre certi limiti, sfocia nell'autoinganno o peggio, nella malafede appunto.
Che cosa tendiamo a negare? Il dolore, evidentemente: il nostro, e quello altrui; ma anche tutte quelle condizioni che ci disturbano, che ci tirano in ballo richiedendoci un qualche cambiamento, interiore o esteriore.
Siamo tutti degli "avari cognitivi"_ come afferma Stanley Cohen _ ovvero cerchiamo di semplificare le nuove informazioni e di adattarle alle nostre concezioni precedenti, piuttosto che renderci disponibili al cambiamento, alla ristrutturazione del nostro campo cognitivo (ed emotivo!).
Dunque si tende a negare qualcosa che già "si sa", qualcosa che non è (o non è più) inconscio ma che non ha ancora trovato posto, a pieno diritto, nella coscienza.
Ogni nuova consapevolezza, soprattutto se "provocatoria", richiede una sorta di adattamento del bagaglio conoscitivo precedente, un rinnovamento di tutto l'ambiente interiore: la negazione ci risparmia proprio questo faticoso lavoro. Ma ogni pigrizia ha un prezzo: ne resta oscurata, in qualche modo inficiata, la limpidezza della nostra percezione, la fluidità del nostro pensiero, la coerenza del nostro agire.
Negare comporta di restare _ come coscienza _ in quella zona semibuia in cui contemporaneamente "si sa e non si sa", sospesi in un limbo, una sorta di adattamento "di emergenza" che spesso finisce per durare troppo a lungo; una difesa dal dolore che, se è comprensibile in chi lo sta subendo direttamente, lo è meno in chi, essendo testimone, è più distaccato e può recuperare la consapevolezza, senza restarne annichilito, di ciò che sta accadendo.
Trovo assai stimolante la domanda che lo stesso Cohen solleva nel suo scritto e che estendo a chiunque voglia rifletterci: "Cosa facciamo della nostra conoscenza della sofferenza altrui e cosa fa, a noi, questa conoscenza?" Domanda ben formulata, in quanto lascia intendere una reciprocità di effetti che condivido a pieno!
L'inconscio si attiva e arrivano, nel medesimo gruppo analitico, questi due sogni particolarmente "forti" e "in tema":
La sognatrice sta camminando con qualcuno all'aperto quando le sembra di vedere qualcosa di insolito appeso ad un albero; dapprima non ci fa caso ma poi torna indietro, guarda meglio e finalmente vede che si tratta di un bambino, di una decina di anni circa, impiccato; spaventata chiama gli altri e insieme riescono a liberarlo: è vivo e si riprende. Continuano a camminare ma dopo un po' si accorge che il ragazzino non c'è, chiede di lui e le dicono che è rimasto indietro, da solo, in una serra. Torna verso di lui e capisce: non devono più lasciarlo da solo!

L'altro sogno:
La sognatrice sta camminando con qualcuno in una sorta di fiera quando passa davanti ad un baraccone dove sono esposti tanti bambini, tutti uguali, come fossero bambolotti o cloni, seduti su un ripiano. Dapprima non ci fa caso, poi torna a guardare e finalmente inorridisce quando vede una persona che, con estrema naturalezza, ne addenta uno, mangiandogli un braccino. A quel punto urla e si agita per richiamare l'attenzione sulla mostruosità di quanto sta accadendo! Resto colpita dal ripetersi della dinamica: nei due sogni sembra emergere un medesimo percorso, con precisi passaggi, che va: da uno stato di negazione (collettiva), attraverso il risveglio della coscienza (individuale), fino al recupero dell'azione (condivisa).
Si parte da un iniziale torpore generalizzato _ si è in compagnia, ci si sente sicuri _ che rappresenta lo stato diffuso di "sonno della coscienza":
quel "vedere ma non vedere" che caratterizza la normalità del nostro quotidiano, in cui tendiamo naturalmente a ridurre tutti gli stimoli dolorosi.
Si passa attraverso un "uscire dal coro" _ quell'istintivo "tornare sui propri passi", permettersi un momento di solitudine per recuperare una sensibilità più immediata e personale _ che consente un "vederci meglio" e restarne colpiti: tanto basta perché l'incantesimo si rompa.
Ci si accorge a quel punto che "sta accadendo qualcosa di grave", il che ci scuote e risveglia la nostra coscienza: finalmente non solo torniamo a "sentire" ma anche a farci consapevoli di ciò che sentiamo, in un contatto più vivido con la realtà circostante.
Tale risveglio attiva infine un naturale re-agire conseguente, che ci spinge a "fare qualcosa" coinvolgendo, a quel punto, anche gli altri, quegli stessi "altri" che ci accompagnavano nella cecità iniziale.
Una metafora piuttosto efficace, direi, del lavoro di gruppo che, se inizialmente può essere percepito come collettività consolatoria e rassicurante, diviene gradualmente sempre più luogo in cui imparare a coinvolgersi reciprocamente per condividere un rapporto sempre più "sveglio" e consapevole con la realtà della vita in cui siamo immersi.

* Stati di negazione. La rimozione del dolore nella società contemporanea Stanley Cohen (Carocci 2001)


Agnese Galotti


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