Home Anno 15 N 55 Pag. 5 Aprile 2006 Cristina Allegretti


Cristina Allegretti
 SCHEDE 

VERITA'

"Il vero è l'affermazione di ciò che è veramente congiunto e
la negazione di ciò che è realmente diviso" (Aristotele)

Dal greco aletheya = svelamento.
La verità è un concetto che ha catturato l'amore e la passione dei filosofi a partire dall'età pre-socratrica.
La verità ha due significati nell'ambito del pensiero antico: uno ontologico e uno gnoseologico.
Nel primo significato la verità indica l'essere stesso e la realtà.
Nel significato gnoseologico la verità è la perfetta corrispondenza e l'adeguazione del pensare all'essere.
In tutto il pensiero dell'antica Grecia prevaleva la ferma fiducia che la verità fosse accessibile all'uomo. Ma tale fiducia con il tempo è venuta meno. La filosofia e con essa l'intera umanità l'ha persa.
Heidegger vede Eraclito e Parmenide come i primi pensatori del vero.
La dea che instrada Parmenide nel suo Poema didascalico è la dea Verità in persona.
Oggi più nessuno si occupa della verità, la verità è stata relegata e sovrapposta ai dogmi scientifici o ai dogmi religiosi.
La sfiducia dell'uomo nei confronti della verità porta da un lato all'impoverimento della verità stessa, rattrappita ai soli contenuti particolaristici e personali. Nelle varie discipline, in quelle umanistiche come in quelle scientifiche, si cerca soltanto un dialogo costantemente aperto e dialettico con gli altri uomini , emarginando l'anelito alla sintesi.
L'uomo è un essere universale. Due sono le strade che l'uomo percorre per conciliare tale sua natura alla dimensione individuale che pur sempre incarna e che sperimenta in relazione al mondo: una strada sviluppa la "quantificazione" dell'Uno, ovvero l'uomo si pone nella orizzontalità dell'Uno, e si propende ad ascoltare l'Altro, pena il perdersi come Apertura (kaos) all'Essere.
L'altra strada è la trascendenza o verticalità: è la strada che punta alla "qualità" dell'Uno.
La prima strada si svolge ancora nella sfera del tragico, del conflitto, della scissione, dell'alterità. La seconda strada percorre senza rete e senza "legge" la sperimentazione della reciprocità con la vita.
La dimensione orizzontale non può comprendere la dimensione verticale, pena il ritornare al "Dogma"(da Domma= opinione) mentre la dimensione verticale comprende anche la dimensione orizzontale, perché ne tiene conto, rientra nella sua visione.
Oggi senza il concetto di verità nelle relazioni pare vincere solo l'alterità.
Il dialogo tra gli uomini che si privano del concetto di verità, e quindi dell'essere, non può che essere un dialogo privato, tra opinioni, tra differenze, tra diversità. Viviamo la frantumazione del dialogo perché l'umanità ha operato la frantumazione dell'essere.
La prospettiva che spesso ci viene offerta nei simposi culturali delle varie discipline umane ci costringe entro uno sguardo in cui la realtà, separata dal concetto di verità, si fa solo stratificazione e complessità di opinioni, di visioni a cui manca la capacità di sintesi, la capacità di vedere l'insieme.
La realtà privata del concetto di verità diventa una realtà povera in quanto si assiste ad un equivoco di fondo che comporta la scissione tra la complessità e la molteplicità della vita, quindi della realtà, e l'unità che appartiene anche essa alla complessità della vita; ma quest'ultima non viene presa in considerazione perché forse costa troppa fatica, forse costa troppo amore per la vita, mah...
Come ci ricorda Heidegger, nell'essenza della verità accade il conflitto, lo svelamento, ovvero la verità accade nel conflitto. Il compimento della differenziazione è l'essenza della verità, ma oggi si separa la verità dalla diversità, dal conflitto e così facendo si rinuncia alla conoscenza della autentica necessità della verità e quindi alla autentica conoscenza della diversità.
Ancora oggi si potrebbero rivolgere all'umanità le parole che Platone scrive nelle Leggi: "Cosa bella e durevole è la verità, o ospite. Eppure, inculcare questo convincimento non pare facile". Oggi più che mai ci sarebbe bisogno, a mio avviso, di ritrovare, e rivivificare almeno il gusto per la ricerca della verità. Proprio oggi che l'umanità ha perso i suoi idoli e, rapace, si affeziona ai simboli del decadimento post-capitalistico, vi sarebbe forse bisogno di fare risorgere, come il mito dell'araba fenice, la verità intesa come quel concetto capace di restituire all'uomo la sua facoltà divina di lasciare parlare le cose, di lasciare che l'essere sia, di rispecchiarsi nel divino e in ciò che muove la vita.
In un'epoca in cui è facile analizzare, pare difficilissimo operare una sintesi, ovvero trovare spazio per dare un senso, tentare una visione sempre più complessa di ciò che chiamiamo vita.
Senza la parola, e quindi senza la ricerca di pensiero, senza verità, senza sintesi, si impazzisce.
Sommersi dagli eventi, rischiamo di ridestare nel nostro corpo il vissuto dell'impotenza, dell'inadeguatezza, perché la Parola implica la relazione e senza Parola rischiamo di sentirci isolati dalla vita stessa.
"Se la verità dell'essere è l'apparire dell'inseparabilità dell'ente e dell'essere dell'ente, e dunque è l'apparire dell'eternità di ogni ente (dal più umbratile e sfumato al più ricco e concreto, dal più ideale al più reale, immaginato e vissuto, umano e divino) e se l'apparire della verità dell'essere è l'ente la cui essenza è l'apertura della verità di ogni ente, l'apparire della verità dell'essere non è allora un'attività che esca e ritorni nel nulla, o che cominci e finisca nell'apparire, ma è il luogo già da sempre aperto" (Severino).
Isolando la terra dall'essere, rendendola sicura e rendendo il Tutto estraneo all'essere, l'uomo comincia ad errare, perché separando la terra dall'essere, nientifica la terra e se stesso con la terra, ogni ente é niente.
Riagganciandoci alla verità dell'essere dell'ente, ci salviamo dal niente e quindi dalla solitudine, dall'estraneità.
"La verità non è qualcosa di stabile, che si tiene in mano e si può portare tranquillamente a casa. La verità è sempre senza eccezione qualcosa di eccezionalmente fragile" (Adorno). La verità è ricerca, appena si cerca di rendere una verità sicura essa non è più tale ma la necessità di ritornare alla comprensione del suo concetto è nella mia esperienza il bisogno di essere aderenti alla vita e all'esperienza.
La molteplicità è tondità, non è separazione, tante strade possiamo percorrere in questa vita, creando a nostra insaputa nuove strade e quindi creando nuova vita, ma se una traccia di noi lasciamo nella vita essa non può che appartenere all'Unità, e ciò che resta intero dopo aver subito gli strappi esistenziali non può che essere Verità, cioè Vita.


Cristina Allegretti


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