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Home | Anno 15° | N° 55 | Pag. 10° | Aprile 2006 | Giovanni Lombardo |

RICERCHE
ETICA ECONOMICA E RESPONSABILITA' SOCIALE DELLE IMPRESE
Quando l'economia si apre alle dinamiche psicosociali (*)
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Sempre più spesso si sente parlare di etica e economia, di dimensione etica dell'impresa e di Responsabilità Sociale delle Imprese (RSI). Pare quindi che l'economia debba fare i conti con l'etica; come mai? Innanzi tutto l'economia è nata all'interno dell'etica, infatti i primi grandi economisti erano professori di filosofia morale, di etica. Secondariamente, come si evince dai recenti convegni in materia tenuti da economisti quali Caselli, Bruni, Sacconi, Kahneman e soprattutto Zamagni, in questo periodo si sta mettendo in discussione tutta la teoria etico-economica che pervade il nostro operare quotidiano, ovvero l'utilitarismo. Questa teoria (Friedman, Bentham)
si basa su due funzioni obiettivo: i consumatori devono massimizzare l'utilità, sotto un vincolo di bilancio; le imprese devono massimizzare il profitto, sotto un vincolo di costo.
Ultimamente però non si riesce più, con queste formule, a spiegare tanti fenomeni e a risolvere problemi avvertiti in misura sempre più insistente.
Uno di essi è l'emergere in epoca contemporanea di una tipologia di costi diversi dall'epoca precedente e cioè i conflitti di identità. Essi non si riescono a risolvere con le tecniche utilitaristiche usuali, che consistono nel redistribuire le risorse nel modo più efficiente per il mercato, in base a preferenze e prezzi.
Il conflitto di interessi (Marx), infatti, è declinato tra chi ha e chi non ha, tra chi ha più e chi ha meno; il conflitto di identità è invece declinato sull'asse dell'essere, tra chi è e chi non è. Tra chi è portatore di una identità per esempio religiosa e chi non ce l'ha. Non si può quindi dire a un fondamentalista: quanto vuoi per rinunciare alla tua identità? perché si rischia di venir pugnalati o di restare uccisi assieme a lui (vd. i kamikaze). Per Fukuyama, politologo e già consulente del Pentagono, questo errore pratico è stato proprio quello compiuto dagli Americani, i quali in Iraq hanno trattato un conflitto di identità come se fosse un conflitto di interessi, illudendosi che arrivando là con le valige piene di dollari sarebbero riusciti a risolvere ogni problema.
Un altro problema è quello noto come il paradosso della felicità.
Graficamente rappresentato in un piano cartesiano da una curva a forma di parabola, prima crescente e poi decrescente, mostra che fino al punto di massimo di circa 12.000 dollari l'anno pro cap. aumenti del reddito aumentano la felicità; oltre 12.000, ulteriori aumenti abbassano la felicità.
L'indicatore della felicità tiene conto del tasso di suicidi, del consumo di psicofarmaci, rottura dei rapporti familiari (tutti i parametri che misurano il disagio e che indicano una bassa qualità di vita). L'utilitarismo impone di massimizzare l'utilità. Ma la felicità è diversa dall'utilità, perché l'utilità è la proprietà della relazione tra l'essere umano e la cosa. La felicità è la proprietà della relazione tra persona e persona; non si può essere felici da soli, bisogna essere almeno in due. Già Aristotele ne argomentava nell'Etica Nicomachea, parlando di eudaimonia; poi, in epoca più recente, Hegel, con la categoria filosofica del riconoscimento.
C'è bisogno di un altro che partecipi della mia stessa natura, che mi possa riconoscere e io riconoscere lui.
Un altro esempio riguarda la valutazione del PIL. Se le condizioni di vita e lavoro impongono assunzioni di medicine per lo stomaco rovinato da gastriti e depressioni o spese per far fronte al digrignamento dei denti, il PIL aumenta, ma ciò denuncia un peggioramento delle condizioni di vita.
Purtroppo nessuna forza politica si addentra in argomentazioni del genere; ognuna di esse spinge verso la crescita, frenetica e cieca.
Solamente alcuni gruppi di economisti, più aperti verso gli studi psicosociali, stanno creando network per diffondere un'etica economica diversa, sulle orme del neo-contrattualismo (Rawls) o del pensiero di Adam Smith e dell'etica delle virtù. Quest'ultimo approccio supera il problema della contrapposizione tra interesse proprio e altruismo, perché favorisce un modo di vivere virtuoso tale da migliorare la propria vita, oltre che migliorare quella altrui. Esso si basa sulla nozione di bene comune ossia il bene deriva proprio dall'essere in comune, dall'essere inseriti in un'impresa, ossia in una struttura di azione comune, la quale, per natura, ha un valore superiore alla mera somma dei singoli beni individuali.
Ciò elimina ogni trade-off, in quanto non si può scambiare il danno provocato a Tizio pur di aumentare il bene apportato a Caio, al solo scopo di incrementare, e quindi massimizzare, il bene totale.
L'assetto istituzionale della società deve però essere tale da incentivare la diffusione tra i cittadini delle virtù civiche. Infatti, se gli agenti economici non accolgono già nella loro struttura di preferenze quei valori che solitamente troviamo elencati nei codici etici d'impresa, a poco servirà la pubblicazione e la divulgazione di quei documenti. L'esecutorietà delle norme dipende, in primo luogo, dalla costituzione morale delle persone, cioè dalla loro struttura motivazionale interna, prima ancora che da sistemi di enforcement esogeno.
Le leggi e le sanzioni sono spesso meno cogenti e efficaci, sia perché le norme sociali (quali un codice etico), se adeguatamente pubblicizzate, assumono già valenza di norma giuridica alla pari dei contratti, sia a causa dell'effetto spiazzamento. Si pensi, ad esempio, all'esperimento condotto in alcuni asili-nido, ove si stabilì una multa per i genitori i quali venivano a prendere i figli con un forte ritardo, giustificandosi con validissimi motivi. Come risultato di tale politica si ottenne però l'incremento del numero di genitori ritardatari, poiché pagare una multa era considerata un'accettabile transazione economica e i sentimenti morali venivano accantonati e sostituiti da interessi economici, calcolati e calcolabili.
A tutt'oggi invece prevale un consumo di beni posizionali, per i quali il benessere si trae dal valore relativo del consumo stesso, ossia da quanto esso differisce da quello degli altri con i quali ci confrontiamo. L'uomo però, come assicurano i recenti studi antropologici, è sempre stato un essere sociale, che desidera amare e essere amato, ammirato e riconosciuto. È la relazione in sé a costituire un bene e ad avere un valore; un consumo oltre a una certa soglia è solo un mezzo per manifestare la propria esistenza, in una società in cui regna la spersonalizzazione delle relazioni sociali e dove il fatto di lavorare molto è spesso un segnale per manifestare la propria posizione sociale, il successo o potere.Giovanni Lombardo
Bibliografia Frey B. (2003), Stress That Doesn't Pay: The Commuting Paradox.
Inst. Empirical Research in Economics WP 151 Zurich Gneezy U., Rustichini A. (2000), A Fine is a Price, Journal of Legal studies, 29 Sacco P., Zamagni S. (a cura di), (2002), Complessità relazionale e comportamento economico, Il Mulino, Bologna Bruni L. - Porta L. (a cura di), Economics & Happiness, (2005), Oxford(*) Giovanni Lombardo è dottore in Economia e in Giurisprudenza e cultore della materia in "Business Ethics" presso l'Università di Genova. Membro
dell'European Business Ethics Network (EBEN), svolge attività di ricerca e
formazione nel campo della Business Ethics e dell'Economia e gestione delle imprese.
Giovanni Lombardo
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