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Home | Anno 15° | N° 55 | Pag. 11° | Aprile 2006 | Gabriella Pironi |

STREAM OF CONSCIOUSNESS
PENSIERI DI GRUPPO
Stamane ho avuto una vivace discussione con una mia collega ...
....a proposito di un programma televisivo molto seguito in questi giorni.
Io non ho mai visto questa trasmissione ma so che hanno dato al presentatore molto, molto denaro (argomento questo che, ultimamente, mi rende suscettibile) quindi, anche sapendo che ha avuto la possibilità di invitare al suo spettacolo ospiti che erano stati censurati da altri programmi e che altrimenti non si sarebbero potuti esibire, il suo obiettivo mi fa insofferente e sospettosa.
La mia collega diceva che comunque, aveva piacere di poter vedere queste persone invitate da lui e quindi seguiva la trasmissione con interesse.
La chiacchierata tra noi è andata avanti parecchio sostenendo, ognuna, sempre le stesse idee, fino a che ci hanno interrotto e non abbiamo più toccato l'argomento.
Tutto ciò mi ha fatto riflettere su un tema che ultimamente, specie negli incontri del Gruppo, torna e ritorna: che valore diamo al dialogo.
Quanto siamo disposti a capire il prossimo? E in che modo siamo disposti ad aprirci a nostra volta? Cosa ce ne facciamo di uno scambio di opinioni?
Facendo una graduatoria molto personale sulle priorità di uno scambio dialogico metterei al primo posto il desiderio di essere capita.
Ma quel "capita" può rivelarsi la volontà di esserlo esattamente per come "voglio io", secondo i miei parametri? Se il mio interlocutore si facesse un'idea di quello che voglio trasmettere diversa da quella che era nel mio intento mi irriterebbe? Spesso risponderei di si!
Noi cerchiamo, con le parole, di comunicare un nostro modo di percepire ciò che ci circonda e i sentimenti che ci provoca, ma a volte non riusciamo a tradurre tutto questo in parole e allora chiediamo aiuto a qualcuno dal quale ci sentiamo capiti. La persona scelta ci aiuta rivelandoci, a volte, punti di vista che noi non riuscivamo a vedere. Tutto questo, quando richiesto da noi, è accettato.
Ma quando ci sembra di sapere esattamente quello che stiamo traducendo con le parole da dentro a fuori, un'interpretazione diversa da parte dell'interlocutore ci da la sensazione di non essere compresi.
Perché nel primo caso prendiamo il pensiero dell'altro come un aiuto e nel secondo come un'incomprensione? Eppure può succedere che qualcuno colga attraverso le nostre parole, aspetti che ci appartengono ma che a noi in quel momento sarebbero sfuggiti.
Perché è così importante essere capiti o addirittura prevaricare le idee altrui cercando di imporre le proprie?
In quel momento siamo certi della nostra ragione o cerchiamo un alibi che garantisca le nostre certezze?
Risponderei che abbiamo bisogno di autoconfermarci di essere nel giusto per non metterci in discussione; quando si cerca di convincere qualcuno della nostra ragione non c'è più dialogo perché in questo modo non possiamo essere aperti all'opinione dell'altro, al suo sentire (un bel paradosso). Inoltre mettiamo in atto con l'altro qualcosa che è già in atto dentro di noi: vogliamo che qualcuno di esterno ci garantisca che ciò che pensiamo e a volte agiamo, sia la verità e che questa sia una, la nostra! È così che arriva la difficoltà reciproca ad accettare il pensiero dell'altro.
Durante la discussione di stamane io volevo che la mia collega capisse il mio punto di vista? Lei cercava di convincermi che il suo era quello giusto? Chissà?
È talmente mutevole l'intenzione che mettiamo nelle nostre discussioni che come un alito (e a volte come un uragano)
rimbalza di bocca in bocca sospinta dalle parole.
Allora che cosa ce ne facciamo del piacere del dialogare?
Sarebbe bello usarlo come il gioco per comprendere la nostra mutevolezza, la nostra incoerenza, la nostra natura imperfetta.
Gabriella Pironi
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