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Home | Anno 15° | N° 57 | Pag. 3° | Dicembre 2006 | Ada Cortese |

METODO
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DELL'ARTE, DEL DAIMON
E DEI GRUPPI SOCIALDREAMING A GEA.
Per stare insieme creativamente e coltivare il Ben Essere
Recentemente l'arch. T. Leopizzi, grande operatore nel campo dell'arte attraverso "Ellequadro Documenti Arte Contemporanea", mi ha proposto di coniugare l'ultima mostra che ha preparato nei suoi spazi espositivi a Palazzo Ducale con alcuni incontri di gruppo di matrice socio-psicoanalitica da tenersi nella sede dell'Associazione Gea, in ossequio al ben noto postulato per cui laddove c'è arte c'è inconscio creativo in movimento dunque possibile nuova consapevolezza da acquisire. Perchè, allora, non cogliere l'occasione per favorire il rinforzo reciproco dei due aspetti nella nostra vita? Dopotutto (o prima di tutto?) bellezza è arte. E bellezza è consapevolezza. Dunque consapevolezza è arte. Dunque psicoanalisi è arte. Solo in quanto tale essa cura proprio come, solo in quanto capace di alleviare e curare il male dell'uomo, l'arte ha senso. Essa è l'opera, lo strumento e il fine. Il Ben Essere.
La cosa mi ha catturato sia perchè è evidente la naturale coniunctio tra arte e psicoanalisi, sia perchè mi piaceva l'idea di poterla cogliere attraverso una simpatica collaborazione con il mondo concreto dell'arte nell'intenzione comune, di Leopizzi e mia, di suggerire la stretta "parentela" tra le due.
La mostra in questione si chiama, non a caso, "Daimon" ed è in corso presso "Ellequadro Documenti Arte Contemporanea" a Palazzo Ducale nel Cortile Maggiore. Ospita diversi artisti e si protrarrà, con appuntamenti mensili dedicati, da novembre a maggio prossimo.
Non è difficile, almeno sul piano del pensiero, immaginare la complementarità dell'opera d'arte esposta alla visione del pubblico e l'opera d'arte che può emergere da un lavoro psicologico.
L'unica differenza sta forse nel fatto che se l'opera offerta dall'artista è il prodotto di un solitario lavoro contemplabile dai tanti osservatori , il contributo psicoanalitico, può venire solo come frutto di un lavoro contemporaneo dei tanti riuniti in un gruppo i quali, invece di porsi come meri fruitori dell'opera d'arte, contribuiscono a crearla!
Psicoanalisi e Arte: una interessante complementarità. Ovvero "gente comune" a lavorar d'analisi, dunque a fare arte invisibile; e artisti in senso stretto che lavorano a dare forma visibile allo stesso oggetto: l'opera d'arte, che in sè porta denuncia e ricerca, armonia e bellezza.
Ho inteso allora gli incontri avviati in sinergia alla mostra, come gli altri eventuali che seguiranno - sempre "in tandem" con lo svolgersi progressivo della Mostra di "Ellequadro Documenti Arte Contemporanea" - come un piccolo contributo che idealmente appoggia e si sposa al lavoro e alla mission di T. Leopizzi e dunque dell'arte in ogni espressione che ella come me ama e promuove: un contributo all'espressione artistica, alcune ore al mese dedicate all' ascolto attivo e trasformativo della nostra interiorità in cui verificare insieme la capacità creativa e la leggerezza dell'inconscio che si lascia avvicinare in modo soft attraverso esercizi e giochi. Deve essere assolutamente chiaro l'intento di ricorrere ad alcuni "fondamentali" della psicoanalisi esclusivamente quali strumenti per attivare o semplicemente registrare alcuni momenti creativi del nostro inconscio e certo mai in chiave squisitamente clinica per il semplice fatto che questi incontri e la loro metodologia non sono concepiti a tal fine.
La cornice è dettata anche dal tema e dal titolo della mostra: Daimon. Chi è il daimon?
Il nostro daimon ci rende unici. Il "daimon" nel mito platonico di Er, descritto nel X libro della Repubblica, suggella la libera scelta con cui ognuno di noi deciderebbe il proprio destino:
il soldato Er, morto in battaglia e risuscitato dopo dodici giorni, racconta agli uomini il destino che li attende dopo la morte, sottolineando come non sarà il dèmone a scegliere le anime, ma le anime a scegliere il dèmone, per cui la responsabilità etica non è del dio, bensì degli stessi uomini che hanno liberamente scelto tra i vari paradigmi o modelli di vita loro proposti nell'aldilà.
Platone: "Non sarà il dèmone a scegliere voi, ma voi il dèmone [...]. La virtù non ha padroni; quanto più ciascuno di voi la onora, tanto più ne avrà; quanto meno la onora, tanto meno ne avrà. La responsabilità, pertanto, è di chi sceglie. Il dio non ne ha colpa".
Ecco perché il nostro modello di vita sarebbe da sempre inscritto nella nostra anima: scegliere la virtù, coltivare la parte migliore di noi stessi o attuare ogni giorno, con coerenza e coraggio, la nostra vocazione dipende, quindi, solo da noi.Questo daimon, che possiamo chiamare anche "genio", componente ineludibile del nostro io, a volte può essere perso di vista, non coltivato, accantonato, ma prima o poi tornerà per possederci totalmente, per definire la nostra immagine, per far emergere quello che chiamiamo il "me".
C'è un punto su cui J. Hillman insiste con passione: se l'uomo si vede solamente come"un impercettibile palleggio tra forze ereditarie e forze sociali", si riduce a statistica, a "mero risultato", a "vittima" di un codice genetico.
Insomma, sempre secondo Hillman, si tratta di andare oltre il gioco deterministico tra ambiente e genetica per rimetterci sulle tracce del daimon, di ciò che ognuno percepisce con quasi tirannica certezza come la fonte del suo essere e della sua visione del mondo, di " questo compagno segreto" e delle sue modalità di operare nella nostra vita. (Fabio Gabrielli). Presente tutta in una volta già nell'infante ma dispiegantesi nel corso dell'intera esistenza, il demone richiama, esige, rimprovera; consente ritardi e digressioni ma non si lascia abbandonare. Può esser detto con altri nomi in contesti culturali diversi: vocazione, chiamata, genius, angelo custode, cuore, fortuna, ka o ba. È il segreto dell'individualità che crea un destino. Conformarsi al daimon significa realizzare il proprio sé. E' dire di sì al processo individuativo che ci chiede di diventare quel particolare unico, irripetibile e sacro soggetto che noi siamo.
E ogniqualvolta il daimon è messo a tacere, imbavagliato, recluso, le conseguenze non tardano tristemente a venire. La felicità è perduta ed il soggetto malato(Alessandra Cislaghi).Parlare di "daimon" è parlare del "fare anima", ossia di un archetipo fondamentale nella struttura e nella dinamica dell'inconscio: come abbiamo già visto, Hillman vede in questa attività la produzione e l'alimentazione di un mondo interiore a cui la nostra società attenta in maniera sempre più pericolosa. Per U. Galimberti sarebbe già troppo tardi (vedi la sua opera "Psiche eTechne"). Forse anche per lo Hillman attuale, almeno nella forma del percorso psicoterapeutico. Molto più importante egli considera il fare pensiero, ossia consapevolezza, e produrre arte perchè solo l'arte e la sua bellezza salvano.
L'arte nella materia e l'arte nel discorso Mi piace ricordare, a proposito delle forme di arte, quanto sostiene A. Jodorowsky: l'arte non è arte se non sa guarire e dar sollievo agli uomini. Per la proprietà transitiva, io potrei allora aggiungere, ripetendo quanto già prima introdotto, che la psicoanalisi non cura nè da sollievo se non è arte.
D'altra parte ogni opera d'arte nasce da una intuizione, ossia da una percezione istintuale la quale altro non è se non un quid di libido forzosamente attivata al fine di percepire, per l'appunto quella tal situazione che pretende d'essere registrata e percepita col carattere obbligatorio dell'istintualità. Un gesto creativo (l'intuizione in atto) nasce da una coercizione a creare indipendentemente dalla coscienza della finalità proprio come un gesto istintuale (l'istinto in atto) nasce dalla coercizione a compiere il gesto indipendentemente dalla coscienza della finalità.
Sto attingendo alla teoria degli archetipi di Jung secondo la quale l'energia conservatrice e trasformatrice è la stessa: sia che essa attivi il meccanismo in discesa, verso il gesto già disponibile che "sfoga" la tensione messa in circolo dalla stessa disponibilità energetica (istinto), o che essa attivi la funzione trascendente quando cioè la libido, "innaturalmente" viene trattenuta e assunta per fare da carburante ad un lavoro creativo anti-materiale, anti-fisico(intuizione), per reggere cioè quel tipo di lavoro che da sempre, con metafore religiose poetiche letterarie o filosofiche o scientifiche, abbiamo immaginato come "ascendente" anche se nello spazio relativo non c'è un su o un giù una destra o una sinistra.
Ebbene, se l'artista può anche compiere il tutto in pura trance, dimentico di ciò che gli accade dentro, nel percorso psicoanalitico l'opera coincide proprio con la capacità del soggetto di restare presente ai suoi movimenti interiori. Se parlo d'arte è perchè essa davvero si crea e si vive, anche se raramente, in analisi e sembra in apparenza seguire lo stesso destino di un mandala che monaci buddhisti sanno produrre insieme attraverso il lavoro umile e di gruppo in giorni e giorni di silenziosa applicazione. Per finire poi come?
Con un bel gesto di volontaria distruzione dell'opera! A significare la vittoria dell'essere che siamo sull'impermanenza e sull'attaccamento al divenire da cui tutta la sofferenza dell'ego scaturisce.
Nel caso del momento artistico psicoanalitico l'impermanenza è data dal materiale usato: la parola orale, niente di più potente e di più fragile. Resta ciò che deve, quasi nulla e tutto è vissuto, "consumato" tra i due officianti, analista e analizzando nei quali "avanza", resta, la percezione un po' più nitida del "nocciolo" duro, della pura essenza la cui contemplazione e percezione è causa della nostra sia pure fugace felicità.
Non è un caso forse che la mostra di "Ellequadro Documenti Arte Contemporanea" "Daimon" abbia preso il via con le opere di un autore Sabato Angiero che lavora la carta dei giornali, dei libri e dei rotocalchi e di essi impregna le sue figure umane e i loro oggetti quasi a mostrare come sia parola, verbo e conoscenza ciò che l'uomo assimila e gli è sostanza, perciò la sua opera principe in questa mostra è la figura tridimensionale ad altezza naturale di un uomo che legge: Homo legens !
Io, come analista mi spingo un po' più in là e non invito tanto a leggere fuori come ancora insiste la statua di Angiero ma a leggere dentro, ad attingere dentro a risorse creative che ci farebbero compiere insieme gesti talmente antichi e talmente nuovi per noi non più abituati al gruppo ludico e di confronto che l'arte ci avvolgerebbe da tutte le parti e ci risanerebbe come solo essa sa fare se prodotta e contemplata da tanti.
Contemplare l'opera d'arte è come contemplare il dentro di un artista attraverso una forma sensibile, visibile. Lavorare in gruppo psicologicamente è, per la proprietà transitiva sopra citata, come compiere lavoro artistico in gruppo e poter anche contemplare il dentro del gruppo attraverso un'opera totalmente percepibile, sensibile eppur totalmente invisibile. Ma come assistere all'opera dell'inconscio?
L'inconscio all'opera C'è un modo per assistere al movimento dell'inconscio e al suo lavoro. Sembrerebbe un paradosso, un incongruenza: se è a noi inconscio come coglierlo, registrarne i movimenti? Occorre qui inserire il fondamentale concetto di soggetto per toglierci dalle ambasce. E' l'Io, ossia un aspetto della nostra struttura psichica che è incapace di percepire l'inconscio. Anche la nostra coscienza è per definizione l'esatto opposto dell'inconscio. Ma se ci collochiamo, come fondamento della nostra identità, a livello del soggetto che noi siamo, ossia al punto più elevato di osservazione, allora godiamo di una visione olistica, capace di vedere la totalità del nostro essere immerso nel tutto ed in relazione al tutto e, a volte, capace anche di cogliere il nesso e il movimento fondamentale tra questo microcosmo individuale ed il macrocosmo. Per registrare questi nessi e fruire di questo genere di percezione è necessario farsi capaci di cambiare la logica: da quella classica e quotidiana della non contraddizone (logica formale) a quella caotica e polivalente e simbolica dell'inconscio e della vita, quella che con S. Montefoschi sappiamo provenire dall'infrazione simbolica del tabù dell'incesto. Possiamo assistere ai movimenti dell'inconscio se accettiamo di sospendere il dominio e l'arroganza del nostro Io, facendoci puri testimoni di qualcosa che va in autonomia ... e che va sicuramente meglio, quanto meno noi andiamo a deformare con le nostre inopportune, petulanti, impazienti, osservazioni iterferenti.
La creatività nel Socialdreaming Se questo può accadere allora possiamo vivere un gruppo di Socialdreaming: una matrice che sogna e porta i sogni, le immagini, i vissuti, le associazioni libere tematizzate e non. Niente di strutturato, bandito ogni discorso razionale e ogni dialogo diretto, orizzontale. Bandita ogni interpretazione congelatrice. Occorre solo dar voce all'inconscio e saperlo ascoltare... tanto che non conta chi sogna ma il sogno, non conta chi parla ma la parola. E alla fine qualcosa che sa di configurazione intelligibile emerge, una matrice, il gruppo stesso, che accoglie in sè, un germe di proposta, forse un'indicazione di lavoro. E ancora una volta non tanto (o non solo) al servizio delle singole individualità quanto per i loro singoli aspetti sociali. Sì perchè il socialdreaming si fa carico di scoprire nessi importanti e problematiche di tipo sociale e gruppale e sviluppa le proposte creative non tanto nel gruppo grazie al cui esistere come matrice esse emergono ma nei gruppi a cui i singoli partecipanti al socialdreaming appartengono.
Ma non posso qui dilungarmi troppo. Ne ho scritto solo perchè questo approccio creativo al sogno non ha niente di clinico ma privilegia ed esalta il lato trasformativo e sociale dell'inconscio.Dice Gibran Kali Gibran che ciascuno ha una forma di bellezza da realizzare, ed è irrequieto ogniqualvolta non sia all'opera per compierla. "La bellezza è in se stessa una cura per il malessere della psiche".
Il suggerimento potrebbe essere quello di non disperdere il grande surplus di energia che un gruppo autocentrato psicologicamente sa sviluppare anche a favore dei suoi singoli membri! Allora il nostro denominatore comune e il nostro slogan potrebbe davvero essere "non a caso". Il daimon evocato dalla mostra e dall'idea di un gruppo potrebbe proporcisi e suggerirci un pezzo del nostro destino che ci potrebbe accomunare a Gea e ci riunirebbe là a contemplar l'inconscio qualche ora al mese "non a caso"!
Ada Cortese
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