Home Anno 15° N° 57 Pag. 6° Dicembre 2006 Ada Cortese


Ada Cortese
 ATTUALITA' 

MEDIA : UNO SPECCHIO VIRTUALE, UNA IMMAGINE ARTEFATTA.

Gli sguardi modificati in genere sono sguardi anonimi, tirati, tutti uguali, inespressivi, finti, insomma di gomma!

E' difficile dire cose originali sulla finzione e sulla deformazione della realtà che i media operano oltre ogni prevedibile ed inevitabile misura. Voglio dire che ognuno di noi, proprio perchè filtra, attraverso la personale struttura psichica e le personali proiezioni, il proprio rapporto con il mondo, sottostà inevitabilmente ad un processo di parziale "deformazione" che, in quanto regola e costante, viene accettato e neutralizzato il più possibile, almeno idealmente, approfondendo la conoscenza che ci formiamo sulle cose del mondo attraverso il dialogo con gli altri attorno a noi e con noi stessi.
Non così i media.
E ciò per innumerevoli motivi riconducibili forse al fattore economico attraverso cui anche essi ci appiattiscono e ci globalizzano nel puro ed unico ruolo importante (per loro) di consumatori.
E ciò per l'editoria, per la tv, per internet, e per ogni altro strumento di comunicazione di massa proprio come per ogni impresa commerciale ed industriale che per sua intima finalità miri al profitto. Senza alcuna differenza.
Meno le persone pensano e dialogano tra di loro, il che è assai diverso dalla mera "comunicazione" di dati, più sono condizionabili dal cosiddetto Quarto Potere, i media, i quali in questo momento della nostra storia occidentale di benestanti in decadenza spirituale, invece di aiutarci a riflettere sul nostro disagio profondo e sulla nostra infelicità, spesso affondano il coltello nella ferita accelerando quel processo di implosione per angoscia accantonata di cui sono in parte espressione anticipatoria i tanti malesseri nevrotici che io incontro nel mio lavoro (panico, depressione, fobie crescenti, angoscia sociale, ecc.). E questa diserzione rispetto a ciò che penso dovrebbe essere la loro naturale vocazione ed il loro più naturale contributo al vivere sociale lo si può cogliere sotto infiniti aspetti.
Qui ci soffermeremo sulla immagine umana che viene spinta e pubblicizzata, non più immagine ed apertura verso la nostra profondità più intima e spirituale bensì immagine di superficie: il look, ovvero indurre l'attenzione alla facciata, all'aspetto esteriore.

Il lifting che uccide
E allora due associazioni libere attorno a quello che non è più solo una moda ma indicatore di perdita esistenziale di valori e riferimenti importanti: il lifting!Non sto pensando alla chirurgia ricostruttiva post-operatoria, nemmeno ad alcuni interventi che hanno l'obiettivo di aiutare le persone a stare meglio con se stesse semplicemente migliorando il loro aspetto fisico.
Non riconosco mio l'atteggiamento moralistico nè mi appartiene certo psicologismo unilaterale: entrambi vorrebbero inchiodare le persone a come madre natura le ha fatte. In realtà spesso essa non fa un gran bel lavoro e dunque tutta la mia comprensione per chi cerca, con l'intelligenza sua e della scienza, di sopperire a tali defaillances.
Mi sgorga però una sorta di grido allo scandalo quando mi capita di vedere il viso di persone (in genere accadeva fino a qualche anno fa prevalentemente ad artisti e gente dello spettacolo che si vedono al cinema o alla tivù) memorizzate con le loro classiche espressioni, mostrarsi, e senza preavviso, con la faccia di gomma nuova.
Rientrano in tale classifica tutti quei volti che, grazie al lifting, hanno perso il loro sguardo, i loro occhi e le loro guancie. Purtroppo la cosa è dilagata e adesso chiunque abbia i soldi compra un po' di giovinezza in più, si fa per dire, compra in realtà una maschera in più, spesso esibendo la sua povertà di saggezza, di esperienza da traghettare verso gli altri.

Non ho nulla da ridire sul lifting, su reiterati interventi estetici, se una persona ha l'hobby di combattere il tempo (è solo perché in ogni caso è perdente per definizione che, al massimo, arriverei a suggerirle di rivolgersi a qualche strizzacervelli!).
Non ho nessuna obiezione da muovere tranne quando, per la smania di stare al passo con la bellezza canonica che è archetipicamente giovane e pretende pelle liscia e vellutata, si profana l'espressione attraverso cui la nostra anima guarda il mondo e dal mondo si lascia guardare.
I nostri occhi sono tutt'uno con la nostra espressione.
Il nostro sguardo però non è determinato solo dagli occhi ma dalla forma generale dei lineamenti che li circondano.
Ed essi sono tutt'uno con la forma delle nostre palpebre, con le rughette che con l'età crescono ai loro lati esterni, con la forma base delle nostre sopracciglia ecc.
Non so entrare nei particolari morfologici e tecnici ma quello che voglio dire è che trovo ripugnante rendersi complici di un assassinio: l'uccisione del corpo dell'anima.
Se l'anima ha una sede attraverso cui si manifesta immediatamente, questa è il nostro sguardo.
Gli sguardi modificati in genere sono sguardi anonimi, tirati, tutti uguali, inespressivi, finti, insomma di gomma!
Avverto una reazione forte e violenta che comprendo solo pensandomi come la testimone di un terribile sacrilegio: è come se l'uomo, insieme allo sguardo che lo ha sempre caratterizzato, uccidesse davvero molto della sua vita, la sembianza, il corpo e con essi la propria storia E' come uccidere anche il daimon che ha abitato quel corpo e che aveva quegli occhi.
Può darsi che vi sia dell'esagerazione ma il sentimento che provo non è esagerato. Non conta neppure che siano persone lontane da me e dalla mia vita concreta.
E' la corda della appartenenza di specie che mi muove a turbamento.
Né trovo che in questo vi sia iperconsiderazione della propria specificità.
E' solo lo sguardo che sento non dovrebbe essere ucciso.
Il nostro preciso modo di guardare il mondo.
I nostri occhi, il nostro sguardo parlano anche di ciò che il mondo ha visto di sé attraverso di noi.
Nel mio lavoro spesso induco un esercizio per rilassare lo spirito e il cuore: è il cosiddetto "esercizio della Presenza" attraverso l'incontro degli sguardi.
Ci si guarda negli occhi senza preoccuparsi di mettere a fuoco i reciproci visi. Nessuno cessa però di essere se stesso. Mi chiedo cosa proverei avanti allo sguardo deturpato di una persona che ha perso l'unico canale di vera e immediata trasparenza. D'altra parte, se non per compiere insieme l'esercizio menzionato, è pur vero che ho avvicinato a volte "facce rifatte", "immagini artefatte": ho notato la mia tendenza a non soffermarmi su nulla di quel viso o di quegli occhi proprio mentre quelli avrei voluto guardare. Un evitamento da imbarazzo perchè se ti soffermi non è per naturale attrazione di un tratto ma per l'attrazione dell'artificio chirurgico. Da qui l'evitamento per tacito accordo.
C'è più solitudine. Mi fanno pena quegli occhi "in serie" perché vedono, preservano il loro presenzialismo, ma paradossalmente non sono più spiritualmente visibili.
Provo un vero dolore per quelle identità rinnegate.
Né più né meno: il dolore di una morte.

Media schizofrenogenici
Ho nausea di citare le tante pubblicità che capaci potenzialmente di sviluppare brevissime opere d'arte s'intridono spesso di un insopportabile costante insulto alla dignità delle persone e dove la leva su cui si schiaccia è quella del più elementare istinto sessuale trattato con volgarità sempre crescente.
Ho nausea a citare l'autoreferenzialità dei media che offrono tutta la loro cassa di risonanza per produrre ed incitare il fenomeno dell'imbarbarimento e del quotidiano assassinio della funzione riflessiva umana e, subito, secondo momento del loro diabolico processo, trattare moralisticamente lo stesso con pena e con falsa ambascia.
La cosa terribile è che ognuno, presentatore o giornalista o che sia, si lava le mani delegando ad altri la decisionalità e ricordando a se stessi e agli altri, in una sorta di dispensiero orwelliano, che lui/lei sta solo lavorando.
Questo era esattamente il pensiero e la motivazione con cui si discolpavano gli aguzzini nei gulag e nei campi di concentramento.
Siamo qui ad indugiare su immagini artefatte e specchi virtuali e non ci accorgiamo di essere tutti sprofondati in un quotidiano e grigio regime di banalità del male per parafrasare Hannah Arendt.
. Il male di pensare solo ai cellulari, alle vacanze, alle palestre, agli interventi chirurgici estetici che le banche usuraie ci permettono offrendoci la possibilità di pagare dopo! ma se è tutto questo che vogliamo dalla vita forse è anche giusto pagarlo caro, carissimo.


Ada Cortese


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