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Cristina Allegretti
 MITI E LEGGENDE 

TYCHE

Fagocitati dalla mancanza, che deprime la nostra presenza riflessiva, evochiamo la Fortuna perchè ci porti via da una prigione che noi stessi spesso ci siamo costruiti.

Tyche nell'antica Grecia era la dea Fortuna o perlomeno il Caso divinizzato, assume una importanza grande fino all'epoca dell'Impreo Romanico.
Nell'omerico "Inno a Demetra" Tyche era considerata una delle Oceanine, figlie del Titano Oceano e della Titanide Teti.
In altre versioni è la figlia di Ermes ed Afrodite.
I Romani ne attribuivano l'introduzione del culto a Servio Tullio, il re che più di tutti fu favorito dalla Fortuna.
La leggenda narra che la dea avesse amato il re, e che benchè egli fosse un mortale, entrava a casa sua attraverso la finestra.
Una statua del re Servio Tullio si ergeva nel tempio della Dea.
La si rappresenta con il corno dall'abbondanza, con un timone ("è lei che pilota la vita degli uomini") ora seduta, ora in piedi, il più delle volte è cieca.
Nell'arte medioevale la dea è raffiguratacon una cornucopia, è la ruota della fortuna.
La Fortuna è stata definita per la prima volta rigorosamente da Aristotele.
Per il filosofo la fortuna è una causa accidentale nelle cose ("in quelle cose che non avvengono nè sempre nè per lo più") che avvengono per scelta in vista di un fine.
La Fortuna è una particolare forma di caso per Aristotele.
Il filosofo Severino Boezio, nel "De Consolazione philosophiae" paragona la Fortuna ad una ruota che fa girare la vita degli uomini, essi infatti a volte si trovano in una posizione favorevole, a volte in posizione sfavorevole.
La Fortuna infatti filosoficamente rimanda alla casualità, a quel qualcosa contro cui la volontà umana nulla può fare.
Tutto ciò che sfugge al controllo della nostra volontà rischia di essere privato di un senso e relegato appunto alla Fortuna, al regno della scaramanzia, o a volte della Provvidenza.
La Fortuna e con questo termine il correlato Caos, sono in antitesi con la possessività, l'accanimento verso un oggetto, un fatto, un sentimento. La Fortuna è bendata nell'immaginario collettivo, scardina l'egoriferimento in tutte le sue forme anche e soprattutto il principio meritocratico.
La Fortuna si sposa con il distacco, è il punto di unione tra l'effimero e il disperante, ovvero la Fortuna si fa viva in un sol colpo come il genio e poi rischia di lasciare l'uomo alla sua cecità, se da essa non viene praticato il distacco.
..."Si è spesso domandata se la Fortuna sia sottoposta a Dio o abbia un regno suo proprio. E' sicura che questi pensieri siano eretici, ma non può fare a meno di chiederselo. Le hanno insegnato che Dio è, era e sempre sarà. Ma questa idea della Fortuna è sopravvissuta a secoli di dottrina della Chiesa. Dio ha potere su tutte le cose, ma la Fortuna, è un lascito degli dei pasticcioni dell'Olimpo, così interessati alle cose di questo mondo. Mentre Zeus, Era e gli altri oggi sono vivi solo nei quadri, nelle sculture, nei miti e nelle rovine dell'antichità, la Fortuna interviene ancora nella vita quotidiana degli uomini..." ("I cigni di Leonardo" di Karen Essex).
La dea Fortuna è ed è rimasta una dea senza mito, è sopravvisuto al passato un'astrazione, un non-mito.
Il non mito continua a essere evocato proprio nel quotidiano, in quel territorio in cui con più difficoltà riusciamo a riconoscere e ad incontrare il sacro della vita.
E' proprio nel quotidiano che emerge la difficoltà di incontrare se stessi e quindi di essere se stessi, emerge la difficoltà di amare e quindi di comprendere l'altro, di lasciare andare l'altro come riusciamo a lasciare andare noi stessi.
Fagocitati dalla mancanza, che deprime la propria presenza riflessiva, evochiamo la Fortuna perchè ci porti via da una prigione che noi stessi spesso ci siamo costruiti.
La Fortuna evoca il principio di disappropriazione, il bisogno dell'uomo di affidarsi a qulacosa d'altro che non sia se stesso, che non sia la propria volontà, la sua vita così come è o come gli appare, il limite di tale interpretazine della Fortuna è che l'affidamento si trasformi in delega. In questo caso ciò che evocava una dimensione altra ci ritorna come una ulteriore dipendenza e una ulteriore prigione.


Cristina Allegretti


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