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Home | Anno 16° | N° 60 | Pag. 1° | Dicembre 2007 | Ada Cortese |

METODO
L'ELEMENTO TRAGICO NEL PROCESSO D'INDIVIDUAZIONE DEL GRUPPO GEA
Le eruzioni di magma psicotico, spesso appartenenti al processo individuativo del singolo soggetto, si ripresentano con altrettanta probabilità e con maggiore intensità nel gruppo GEA e nel suo percorso individuativo.
Il metodo dialettico nei gruppi GEA
Analizzato da un'angolatura filosofica, il metodo dialettico prevede i tre momenti 1) dell'affermazione primaria (o immediata) della soggettività che però ancora non sa di sè; 2) della sua negazione dell'alienazione necessaria del soggetto da se stesso per potersi vedere (scissione funzionale); 3) dell'affermazione secondaria in cui il soggetto torna in se stesso cosciente di se stesso. Le retrostanti categorie della filosofia dialettica hegeliana (tesi,antitesi, sintesi) sono evidenti come evidente si fa il motivo per cui chiamiamo la nostra prassi di psicoanalisti-evolutivi "psicologia analitica" ( da Jung) e "filosofia sperimentale" (da Hegel). Nel gruppo GEA l'affermazione secondaria, ossia la soggettività consapevole del soggetto-gruppo viene inizialmente custodita dal Trainer. Grazie alla sua presenza il gruppo accetta di abbandonare l'affermazione primaria, dunque la sua soggettività inconscia per cominciare ad osservarsi e per affrontare il mondo della negazione...dell'identità: è il momento della discesa agli inferi e del rischio dell'esplosione psicotica-archetipica. L'affermazione secondaria sarà sempre più patrimonio del gruppo e sempre meno solo del trainer ogni volta che ogni soggetto farà ritorno dagli inferi, supererà l'esplosione psicotica e si restituirà al gruppo e al mondo offrendo ai suoi simili il tesoro strappato al caos dell'inconscio.
Finalità del metodo dialettico: la nascita del SSR nella individuazione sovrapersonale del gruppo in virtù dell'individuazione dei singoli partecipanti e viceversa.
L'essere sta tentando di usare gli umani perché possa essere conservato il suo frutto più prezioso: lo spirito. Il passaggio dallo psichico allo spirituale segna il nostro passaggio verso il nuovo millennio. Esso implica necessariamente la dinamicizzazione dei contenuti psichici e, dunque, la loro trasformazione in sostanza spirituale, ovvero in pensiero consapevole. E' un sottilissimo processo che utilizza tutti i contesti possibili. Esso pare trovare un ambiente particolarmente confortevole nei nostri studi di psicoanalisi e, quando la relazione analista-analizzando produce il sufficiente campo d'energia, il processo si avvia.Esso costringe a rompere la logica tradizionale, ossia quel pensiero che fonda e conserva la struttura psichica caratterizzata dalla polarità soggetto - oggetto. Senza inoltrarci qui in riflessioni già svolte e rimandando per approfondimenti alle opere suggerite nella nostra abituale finestra "invito alla lettura", vogliamo invece ricordare che il gesto di tale rottura è necessariamente un gesto da agire fino in fondo, perché diversamente la forma nuova non si comporrebbe né si comporrebbe la coerenza della nuova logica e tutta la sofferenza che accompagna il gesto stesso verrebbe vanificata in un aborto.
Oltre all'immane opera di rifondazione della psicoanalisi su basi consapevolmente dialettiche, Montefoschi ci ha tramandato una testimonianza che è anche un concetto vitale: non si afferma il nuovo chiedendo permesso al vecchio. Occorre dunque seguire le proprie intuizioni, andare a fondo del proprio pensiero, fidarsi di esso e lasciare che esso contrasti tutte le vecchie categorie con cui si è fin qui letto il mondo e l'uomo. Con la sua radicalità ella ci ha dato tutto quello di cui gli innovatori hanno bisogno: la forza di offrire la propria intelligenza alla nuova concezione che essi portano in sé e la forza di metterla alla prova senza preservarla anticipatamente.
Montefoschi non si è preoccupata di non fare cadaveri sulla sua strada. Ogni vera rivoluzione implica delle vittime. Parlo qui metaforicamente s'intende della forza dirompente delle sue idee e di come alcune persone, incapaci di interpretazione e filtro personale ne siano state travolte. Ma proprio come la scienza, anche lo spirito non può indugiare sulla maturità o meno dei suoi passivi fruitori, anzi per necessità intrinseca ad essi non è riservato alcun posto. Montefoschi aveva dunque, al solito, ragione quando parlava di selezione spirituale. Ella amava e lavorava per l'Uomo amando e lavorando elettivamente per Dio. S. Montefoschi è stata una mistica solitaria nonostante il suo lavoro e la sua vita densa di rapporti umani. Proprio in questo ambiente spirituale ella ha potuto accogliere e tramandare le nuove intuizioni della vita.
I suoi eredi hanno ora il compito di concretizzare quanto, attraverso di lei, è stato pre-visto e pre-detto. Occorre che la visione e il dire di uno si faccia mondo in virtù di molti che, insieme, vedano e dicano naturalmente quanto quell'uno, da solo, non può.
Il contributo che noi diamo a questa concretizzazione è la sperimentazione reiterata del Soggetto Super Riflessivo (SSR) (1) attraverso i gruppi GEA nella speranza che questa insistenza favorisca una sorta di nuova "imprinting".
L'elemento tragico: l'eruzione di magma psicotico
Riprendendo qui la metafora di un precedente lavoro in cui si paragonava il gruppo GEA alla sfera cosmica, potremmo dire che il processo di soggettualizzazione, inteso come affioramento graduale della soggettualità alla superficie, implica spesso delle eruzioni di magma psicotico.
Proprio come a Montefoschi, nostro precursore sul piano individuale, anche a noi e sul piano collettivo, non vengono risparmiate situazioni limite, estreme che però non possiamo eludere perché stavolta è nel tutto umano che troviamo Dio. Dio è stanco di stare nell'iperspazio, non vuole più rapporti esclusivi e solitari. Allora proprio perché dio si vuole manifestare nell'uomo, occorre che egli venga curato in tutti noi. In particolare in quelle situazioni in cui egli è imprigionato insieme al suo fratello oscuro: se dio nelle nostre metafore di sempre è luce (consapevolezza), amore(relazionalità) e ordine (certezza del suo essere immortale), l'altro da dio è buio (inconsapevolezza), odio (irrelatezza), disordine (certezza del suo essere mortale); l'altro da dio è il diavolo, il diaballo, la divisione, l'opposizione.
Il gruppo GEA, in quanto è ad orientamento psicoanalitico, favorisce l'esplosione del grande conflitto umano: tra le forze ancestrali di sempre che vedono schierati da un lato l'inconscio, il diavolo e l'ego e dall'altro lato lo spirito, la sintesi, la totalità.In tale contesto non è possibile leggere le esplosioni psicotiche che esso può provocare secondo vecchie categorie cliniche e privatistiche. Con ciò non vogliamo negare l'attenzione necessaria affinchè strutture a soggettività fragile e labile non abbiano a saltare per negligenza professionale. E' pur vero che se noi percepiamo una Soggettività forte (presenza di dio?) in persone comunque sofferenti psichicamente e con sintomatologia da bordeline, noi proviamo, a volte, dopo adeguato lavoro psicoanalitico individuale, ad inserirlo in gruppo GEA perché se è pur vero che il gruppo rievoca ed amplifica grandi dinamiche di tipo psicotico, è altrettanto vero, che esso evoca ed amplifica le risorse guaritrici, risananti e trasformatrici, presenti in ciascuno di noi.
Poiché l'obiettivo che, a nostro avviso, la Vita persegue, è la crescita mondiale del Soggetto, possiamo concludere che le risposte empiriche, i risultati positivi sono numerosi.
L'incontro con il numinoso come esperienza del percorso individuativo La logica nuova che sposta l'identità dall'Io scisso all'Io-Sè, comporta una lettura delle esperienze del soggetto secondo il Sé. La nostra visione ed il nostro metodo prevedono, nel processo evolutivo di un gruppo GEA, la possibilità dell'esperienza del numinoso che sempre comporta tempeste psicotiche come esperienza di un percorso individuativo del soggetto.
Per la psicoanalisi dialettica, direi da Jung in poi, il Soggetto va anche agli inferi, se questo gli è richiesto e, "senza rete", entra nel magma psicotico, nel caos del "non-io", dell'inconscio e per sé e per il gruppo urla il dolore e la disperazione originaria dell'essere uomini. Egli dunque, spesso a rischio della sua "sanità", rischia tutta la sua identità per trovare il tesoro: la Soggettività Universale in lui individuatasi. L'analista ha il dovere di affiancare il suo interlocutore in questo terribile viaggio condividendo con lui gli affanni e le ansie per i pericoli, se egli avverte nel soggetto avanti a lui, l'anelito e la sufficiente tenuta. Il resto è davvero mistero e imprevedibilità. Ricordiamo un sogno d'inizio analisi:
La sognatrice vola in caduta libera sempre più in basso, verso l'inferno, tra mostri e terribili animali, tra atrocità e dolori inenarrabili. Non sa se sarà in grado di ritornare sulla Terra ma questo elemento di fragilità e di incertezza non le risparmia il viaggio Ricordiamo nuovamente Jung per la sua lettura dell'evento psicotico come scacco subìto dall'impulso individuativo: "Significativo a tale riguardo il fatto che Jung consideri il manifestarsi di episodi psicotici, nelle crisi trasformative del processo d'individuazione, come il possibile scotto da pagarsi per chi osa commettere la colpa di scegliere una vita individuale contro la rigidità delle strutture razionalizzate dell'Io e del collettivo cui l'Io deve adeguarsi" (2). Anche per noi l'episodio psicotico o l'affermarsi temporaneo di un lato "psicotico" non necessariamente è evento che segna il fallimento dell'individuazione, anzi, a volte la permette se "individuazione" significa comunque la più completa conoscenza di se stessi e la propria accettazione, elementi da cui solo può nascere l'investimento massimo possibile del soggetto nella vita e a favore della universalità umana.
La responsabilità del terapeuta riguarda il suo preciso dovere di non indottrinare l'analizzando con il numinoso, trasferendo su di lui una propria possessione inconscia. Il rischio non è l'assenza ma la presenza di un atteggiamento religioso inconscio che violenta la ricerca di consapevolezza dell'Altro.
Testimonianza di umiltà: richiesta d'aiuto allo psicofarmaco.
Accade però che il fatto di conoscere le seguenti cose: 1) che l'analista non ha il potere di sottrarre l'altro alle esperienze che questi deve vivere, 2) che è prevista, per esperienza, e per teorizzazione, l'esplosione psicotica in gruppo, ecco il fatto di conoscere questi elementi non rende l'analista meno vulnerabile emotivamente avanti alla vicenda dolorosa quando essa arriva: l'esplosione psicotica corredata di deliri seppure già percepiti come tali da colui che ne è colpito, l'ansia, il pianto di disperazione del soggetto che si trova agli inferi, mettono in subbuglio l'analista. Egli allora cerca di ridurre il dolore immediato - quanto quello suo e quanto quello dell'analizzando? -suggerendo a quest'ultimo l'assunzione di psicofarmaci (grazie alla collaborazione con altra figura terapeutica, psichiatra o neurologo che sia). L'analista che suggerisce al suo analizzando l'opportunità dello psicofarmaco testimonia la consapevolezza del proprio limite e insegna così all'analizzando a fare altrettanto. Se ben gestita, tutta la vicenda può ridimensionare l'arroganza e la delirante onnipotenza egoica.
L'insegnamento fondamentale di Montefoschi: la radicalità della trasformazione e l'impossibilità di compierla senza rendersi "orfani" di vecchie letture Ma a questo punto immediatamente scatta la trappola: la vecchia visione è pronta a circondare come una ragnatela il povero analista evolutivo che tanta fatica ha dedicato alla sperimentazione umanistica e che avanti allo scombussolamento psichico del soggetto deve fare i conti con le sue ansie personali e con la supponenza del sapere medico - psichiatrico che, fantasma ancora in circolo nell'immaginario dello stesso analista, come un vecchio padre e re, sarebbe ben felice di esercitare il ruolo ed il potere.
Ma quale è la vecchia visione che poc'anzi menzionavamo? E' quella che, partendo dalla divisione soggetto - oggetto, tende a ridurre l'altro da noi sempre ad oggetto. In ambiente terapeutico, entro cui noi necessariamente ci muoviamo, essa coincide con la sovrapposizione del nostro interlocutore alla posizione down, ossia ai suoi limiti, alla sua bisognosità. Se lo psicoterapeuta agisce secondo tale filosofia di fondo, egli avrà una visione restrittiva del suo compito e "curare", "guarire", vorrà dire per lui prevalentemente preservare, proteggere scavalcando completamente il problema morale della qualità della vita psico-spirituale del suo paziente. E' la visione che, applicata in campo medico, porta all'accanimento terapeutico senza nessuna considerazione per la soggettività presente nella persona e che, in campo psico-terapeutico, porta alla psicoterapia d'appoggio quando si potrebbe tentare qualcosa di più profondo.
Ma cosa è la psicosi?
Scegliendo di non occuparci del lato organico-psichiatrico, ci è più consono tentare una prima vastissima considerazione secondo cui psicosi è il tracimamento della logica caotica dell'inconscio nell'esile mondo dell'Io e della coscienza che restano offesi nella loro capacità relazionale e, dunque, nella loro capacità di mantenersi in contatto con la "realtà". E' la possessione archetipica in cui si attiva una sorta di libido cosmica capace di grande trasformazione evolutiva o di grande distruttività. La sua direzione dipende spesso dall'atteggiamento coscienziale che deve andare a compensare. Quanto più è sordo l'Io, quanto più esso è rigido e tracotante, tanto più l'archetipo tenderà a sconvolgerlo prendendo strade apparentemente distruttive. La possessione è un modo abbastanza palese di sciogliere la rigidità dell'Io, a rischio anche di dissolverlo quasi totalmente, per prepararlo ad un discorso e ad un'esperienza di più ampia portata. Spesso essa si attiva per il contrario: quando il soggetto usa il mondo simbolico dell'universale per sfuggire alla responsabilità verso il mondo concreto, la tempesta psicotica cerca di restituirlo al suo compito personale concreto.Fa parte del patrimonio deontologico dell'analista l'attenzione a non slatentizzare psicosi gravi ma queste ultime, per quanto appena espresso, impediscono di vivere la dimensione universale armonicamente. In ogni caso le psicosi gravi sono fin troppo percepili. E' vero che siamo anche convinti che la psicosi stia crescendo nella nostra società e anche nello studio di psicoanalisi le vecchie nevrosi oggi spesso e volentieri cedono il posto a psicosi latenti, travestite. Ci piace però pensare che esse siano ancora una volta un modo hard dell'evoluzione di indurre gli umani all'individuazione. Non necessariamente sono tutte psicosi psichiatriche quanto, se arrivano a noi psicoanalisti, esplosioni psicotiche acute ( è ovviamente determinante in questa lettura l'aspetto acuto e non cronico del modo psicotico) che si possono leggere come già fece Jung.
Il soggetto è colui che manifesta, nomina e accoglie quello che è.
Non è dunque di psicosi gravi che noi stiamo qui trattando. Pensiamo però di dovere affrontare il rischio di toccare comunque lati psicotici in soggetti analitici (che sono in trattamento analitico) normalmente nevrotici. Accade spesso che in essi la soggettività si faccia presente ed emerga ad autentica consapevolezza sincronicamente all'evento psicotico. La soggettività presenzia impotente allo scoppio dell'inconscio, si dispera epperò ne esce più certa di se stessa. Non abbiamo ancora sufficiente casistica per verificare il ruolo del gruppo GEA a cui questi soggetti possono partecipare per prevedere il decorso del lato psicotico. Una cosa possiamo già focalizzare: che i lati psicotici spesso erano già presenti prima dell'evento cosiddetto propriamente psicotico ma più annacquati da sintomatologie di tipo sociale (il soggetto si trascura nell'aspetto, fuma troppo, beve abbastanza, troppo facilmente si ammala o si ferisce...). Allora possiamo dedurre che lo smascheramento attraverso il momento psicotico e il sentimento di liberazione che, paradossalmente, il soggetto manifesta, sono il frutto - per quanto spinoso e amaro - di un percorso individuativo in cui egli può finalmente dare nome e circoscrivere un male che non gli è nuovo. Adamo fu uomo e soggetto nel momento in cui ricreò il mondo nominandolo e che la Presenza sia garantita dal Verbo è patrimonio che anche il soggetto a rischio di eventi psicotici porta nel suo stesso inconscio collettivo. Ecco perché manifestare una porzione di magma psicotico collettivo e definirlo onestamente per quello che è può essere così liberatorio. D'altra parte nominare significa dire, comunicare e questo gesto è esso stesso espressione di capacità relazionale. Ora, proprio in questa capacità si manifesta il graduale miglioramento nella salute della soggettualità.
Il gruppo GEA come preghiera atea
La nostra visione evolutiva ha bisogno di essere costantemente evocata ed applicata. Dunque anche a costo di qualche rischio, dobbiamo e vogliamo leggere la crisi psicotica che si dà all'interno del gruppo GEA come una particolare forma di esperienza evolutiva ed iniziatica che può concludersi in maniera affermativa per il soggetto grazie al suo viverla con e anche per il gruppo! La risoluzione affermativa della crisi sarà tanto più probabile quanto più il gruppo GEA di appartenenza condividerà in ogni suo membro la stessa lettura dell'evento.In altri termini: il soggetto sarà meno salvabile quanto più il gruppo GEA di appartenenza, e GEA tutta nel suo insieme, disperderà le sue energie spirituali verso fini personalistici o verso vecchie letture oggettivanti. Il soggetto rischierà di porsi allora come l'ennesimo agnello sacrificale che, in questo miscuglio di sacro e di violenza, sveglierà suo malgrado e a sue spese la coscienza di tutti gli altri a quella numinosità che lo ha rapito.
Viceversa, quanto più il gruppo GEA di appartenenza e GEA tutta nel suo insieme, saprà pregare, ossia giungere allo stesso pensiero affermativo e allo stesso sentimento di unità con il soggetto, tanto più sarà dio nel soggetto ad emergere portando in sé trasformata, dunque assimilando la sostanza dell'antagonista, il diavolo psicotizzante.Non possiamo farci distrarre e far vincere le nostre umanissime e provvisorie paure. Se così accadesse davvero sarebbe il disastro perché toglieremmo vita a quella realtà che, sola, ha il potenziale risanante e trasformativo verso il soggetto il quale, anche per tutti noi, patisce un doloroso confronto con i suoi mostri e i suoi pensieri deformati.
Se prevalesse in noi la percezione della sua identità come malato mentale, psicotico o altro, tradiremmo la nostra comune strada ed il nostro sentimento della vita a tutt'oggi. Sarebbe tutto invalidato e ci faremmo nuovamente proteggere dal padre edipico. Ora, è vero che bisogna rivolgersi alla medicina per gli psicofarmaci di un nostro analizzando in fase di psicosi evolutiva acuta, contrastare l'aspetto organico del problema con la chimica degli psicofarmaci: non ci troviamo nulla di strano come non troviamo nulla di strano a prenderci un'aspirina se abbiamo mal di testa.
L'analista evolutivo rivive costantemente il dramma e la tragedia, insieme all'analizzando, dell'oscillazione tra vecchia lettura dei disagi psichici - noi analisti lo temiamo matto, egli si sente matto - e nuova lettura dei disagi psichici - egli sta attraversando le regioni desolate dell'Ade e noi-analisti evolutivi gli facciamo arrivare comunque una voce di salute e di presenza.
Nella percezione che l'analizzando ha di sè attraverso l'analista, egli rinforza il suo lato affermativo e le risorse
Riassumendo
Il problema morale e sostanziale che abbiamo cercato di toccare è il seguente: come occorre procedere con una persona che viene da noi analisti, riesce a farci innamorare della sua soggettività e contemporaneamente ci mostra certa sua fragilità, inadeguatezza e psicoticità? Occorre preservarla nella sua inconscietà per paura di un peggioramento dei sintomi del suo già riconoscibile lato psicotico oppure, puntando sulla Soggettività, cercare di restituirla a se stessa anche se questo significasse renderla edotta dei suoi nuclei psicotici ormai emersi in superficie e con i quali dovrà forse fare i conti per tutta la vita?L'analista al solito in realtà non decide nulla. Nemmeno l'analizzando. Entrambi offrono la loro attenzione ed il loro amore alla lettura dei messaggi che la vita manda loro, contemporaneamente, all'uno in virtù dell'altro e viceversa.
Un pensiero ci fa da guida e ci conforta: non si ha mai il diritto di indietreggiare per paura di far male tanto meno quando colui che - urlando con voce interiore, chiedendo aiuto - vuole affermarsi (disperatamente anche a costo dei singoli dolori e delle singole perdite) è Colui che è: il Soggetto.
Note (1) Per tale concetto: opere di S. Montefoschi da "Il sistema Uomo" Cortina ..in poi
(2) S. Montefoschi "L'Uno e l'altro" ed. Feltrinelli 77 pag.320.
Ada Cortese
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