Appunti di Filosofia
A cura di Cristina Allegretti
del Laboratorio Evolutivo Permanente
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Cristina Allegretti

Aristotele

"Non bisogna dar retta a coloro che consigliano all’uomo, perché è mortale, di limitarsi a pensare cose umane e mortali; anzi, al contrario, per quanto è possibile, bisogna comportarsi da immortali, e far di tutto per vivere secondo la parte più nobile che è in noi".

 

Vita:
Aristotele nacque a Stagira nel 384 a.C., il padre Nicomaco era medico presso la corte di Filippo il Macedone. Aristotele frequentò l’accademia di Platone per venti anni, fu poi chiamato a corte da Filippo il Macedone e divenne maestro di Alessandro Magno. Nel 335 a.C. tornò ad Atene e prese in affitto alcuni edifici accanto al tempietto sacro di Apollo Licio e fondò la sua scuola che prese il nome di Liceo in onore di Apollo Licio.
Nel 323, alla morte di Alessandro, si affermò ad Atene il partito antimacedone, Aristotele lasciò di nuovo la città, ritirandosi a Calcide nell’isola di Eubea, dove morì nel 322.
Gli scritti di Aristotele si dividono in due gruppi: gli essoterici (destinati al grosso pubblico) e gli esoterici (destinati solo ai discepoli e quindi patrimonio interno della scuola). Ci sono pervenuti molti scritti di Aristotele: filosofici, naturalistici, metafisici. Le opere di Aristotele pur essendo prive di unità letteraria (dato che sono corsi e appunti) rivelano una unità filosofica di fondo che ha interessato l’Occidente e tutt’ora interessa chi si pone interrogativi filosofici.
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Licone diceva che Aristotele era solito farsi il bagno in una tinozza di olio caldo e poi vendeva l’olio. Alcuni dicono anche che egli era solito porre sullo stomaco una borsa di olio caldo e che quando si metteva a dormire si lasciava porre nella mano una sfera di bronzo con una bacinella sotto, in modo che quando la sfera cadeva nella bacinella egli era svegliato dal rumore.
Gli si attribuiscono anche detti bellissimi. Eccoli. Gli fu domandato quale vantaggio ricevano i mentitori ed Aristotele rispose: "Quello di non essere creduti, quando dicono la verità". Una volta fu rimproverato, perché diede l’elemosina ad un uomo malvagio, ed egli ribatté: "Non del carattere, ma dell’uomo ebbi compassione".
Era solito dire continuamente sia agli amici sia a coloro che lo frequentavano, in qualsiasi tempo e luogo si trovasse a conversare, che la vista riceve la luce dall’aria che ci circonda, l’anima dalla scienza. Non si stancava di ripetere ad ogni occasione che gli Ateniesi avevano inventato frumento e leggi e che del frumento facevano uso, delle leggi no.
Diceva che dell’educazione le radici sono amare, il frutto è dolce. Interrogato su che cosa invecchi presto, rispondeva: "La gratitudine".
Gli fu chiesto che cosa sia la speranza e la sua risposta fu: "Sogno di uomo sveglio"…Gli fu domandato quanto differiscano gli uomini colti dagli incolti e la sua risposta fu: "Tanto, quanto i vivi dai morti". Diceva che la cultura è un ornamento nella buona sorte, un rifugio nell’avversa. I genitori che si preoccupano della formazione dei figli sono degni di maggior stima dei genitori che sono paghi di averli generati: gli uni donano la vita, gli altri il vivere bene. A chi si vantava di provenire da una grande città diceva: "Non questo conta, bensì l’esser degno di una grande patria".
Interrogato che cosa sia un amico, rispose: "Un’anima sola in due corpi." Era solito dire che degli uomini alcuni sono così parsimoniosi come se dovessero vivere sempre, altri sono così spendaccioni come se dovessero morire subito. A chi gli chiese perché conversiamo molto tempo con le persone belle, rispose: "E’ la domanda di un cieco".
Gli fu domandato qual vantaggio mai avesse tratto dalla filosofia e rispose così: "Il fare senza che mi sia ordinato ciò che alcuni fanno per la paura delle leggi".
Alla domanda in che modo i discepoli potessero progredire, rispondeva: "Incalzando quelli che precedono, senza attendere gli altri che vengono dietro"….Gli fu chiesto quale dovesse essere il nostro comportamento verso gli amici ed egli rispose: "Quale ci augureremmo che fosse il loro verso di noi". Definiva la giustizia una virtù dell’anima che distribuisce secondo merito. Diceva che la cultura è un bellissimo viatico per la vecchiaia. Favorino nel secondo libro delle sue Memorie riferisce che Aristotele soleva ripetere il detto: "Chi ha amici, non ha nessun amico". Questa massima ricorre invero anche nel settimo libro dell’Etica.
Questi sono dunque i detti che gli si attribuiscono."
(Diogene Laerzio "Vite dei filosofi" ed. Laterza).
Pensiero:

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Aristotele fu il più genuino dei discepoli di Platone" (Diogene Laerzio). Il "genuino discepolo" non è colui che ripete il maestro, ma colui che, movendo dalle teorie del maestro cerca di superarle andando oltre. A differenza di Platone Aristotele ebbe un grande interesse per le scienze empiriche, lasciò cadere la componente mistico-religiosa-escatologica così forte in Platone e cercò di rigorizzare il discorso filosofico, oppose inoltre alla mobilissima spirale platonica, che tendeva a coinvolgere e a congiungere insieme tutti i problemi, una sistemazione stabile e una volta per tutte fissata dei quadri del sapere filosofico (metafisica, fisica, psicologia, etica, politica, estetica, logica).
Aristotele ha distinto le scienze in tre grandi branche: a) scienze teoretiche: ricercano il sapere per se medesimo b) scienze pratiche: ricercano il sapere per raggiungere la perfezione morale c) scienze poietiche o produttive: ricercano il sapere in vista del fare, allo scopo di produrre determinati oggetti.
La metafisica (= ciò che è oltre la fisica) è la "filosofia prima", è la più alta scienza proprio perché non è legata alle necessità materiali. Indaga le cause ed i principi primi supremi (pervenire al perché che dà ragione della realtà nella sua totalità), l’essere in quanto essere (l’essere come intero mentre le scienze particolari considerano solo parti di esso), la sostanza, Dio e la sostanza soprasensibile.
"Tutte le altre scienze saranno più necessarie agli uomini, ma superiore a questa nessuna:" (Aristotele). L’essere non ha un solo ma molteplici significati, la molteplicità e varietà di significati implicano un comune riferimento ad un’unità ossia uno strutturale riferimento alla sostanza. Pertanto l’essere o è sostanza o è affezione dalla sostanza o attività della sostanza o, in tutti i casi, qualcosa che si riporta alla sostanza.
Aristotele ha redatto una tavola che distingue quattro gruppi fondamentali di significati possibili dell’essere: 1)l’essere come categorie o essere per sé (sostanza o essenza, qualità, quantità, relazione, azione o agire, passione o patire, dove o luogo, quando o tempo, avere, giacere) ovvero i supremi generi dell’essere. 2)l’essere come atto o potenza. Essi sono originari e si possono definire solo mettendoli in reciproca relazione. Es: la pianticella di grano "è" frumento "in potenza", la spiga matura "è" frumento "in atto". 3)l’essere come accidente ovvero casuale e fortuito che non è né sempre né per lo più ma solo talora, casualmente Es: essere pallido, stanco, seduto, ecc… 4) l’essere come vero e il non essere come falso; l’essere come vero è proprio della mente umana che pensa le cose e le sa congiungere come sono congiunte nella realtà o disgiungere come sono disgiunte in realtà.
" E in verità ciò che dai tempi antichi, così come ora, e sempre, costituisce l’eterno oggetto di ricerca o l’eterno problema: che "cos’è l’essere?" equivale a questo: "che cos’è la sostanza?"; perciò anche noi, principalmente, fondamentalmente e unicamente, per così dire, dobbiamo esaminare cos’è l’essere inteso in questo significato". La materia è indubbiamente un principio costitutivo delle realtà sensibili, perché funge da sostrato alla forma (es.: il legno è sostrato della forma del mobile), ma è di per sé potenzialità indeterminata, diventa determinata solo ad opera di una forma.
La forma, in quanto principio che determina, attua, realizza la materia costituisce il "ciò che è" ciascuna cosa, la sua essenza, è perciò sostanza. Il sinolo (=insieme o intero) è sostanza in quanto è il composto di materia e forma. Il sinolo, se lo si considera nella sua forma, sarà senz’altro atto o "entelechia" (=realizzazione). L’anima, in quanto essenza e forma del corpo, è atto ed entelechia del corpo ed in genere, tutte le forme delle sostanze sensibili, sono atto ed entelechia. Dio è entelechia pura. L’atto ha assoluta priorità e superiorità sulla potenza perché è condizione, regola, fine e scopo della potenzialità, è inoltre il modo di essere delle sostanze eterne. Aristotele dimostra così l’esistenza della sostanza soprasensibile: le sostanze sono le realtà prime, nel senso che tutti gli altri modi di essere dipendono dalla sostanza.
Esistono due sostanze incorruttibili: il tempo ed il movimento. Se il tempo fosse corruttibile, dovrebbe esistere un prima di esso e un dopo di esso, ma prima e dopo sono ancora tempo quindi il tempo è eterno. Il tempo non è altro che una determinazione del movimento quindi, l’eternità del primo postula l’eternità del secondo. La condizione per avere un movimento ed un tempo eterno è generata da un Principio primo che ne è la causa. In primo luogo il Principio deve essere eterno (se eterno è il movimento eterna è la causa), in secondo luogo deve essere immobile (solo l’immobile è causa assoluta del mobile), in terzo luogo il Principio deve essere del tutto scevro di potenzialità cioè atto puro. Quindi la sostanza soprasensibile è questo Motore Immobile.
Il Primo Motore muove restando assolutamente immobile, con una causalità di tipo finale: Dio attrae quindi muove come perfezione, come l’oggetto d’amore (immobile) attrae l’amante. "Da un tale principio, dunque, dipendono il cielo e la natura. Ed il suo modo di vivere è il più eccellente: è quel modo di vivere che a noi è concesso solo per breve tempo. E in quello stato Egli è sempre.
A noi questo è impossibile, ma a Lui non è impossibile, perché l’atto del suo vivere è piacere. E anche per noi veglia, sensazione e conoscenza sono in sommo grado piacevoli, proprio perché sono atto e, in virtù di questo, anche speranze e ricordi.
Se dunque, in questa felice condizione in cui ci troviamo talvolta, Dio si trova perennemente, è meraviglioso; se, Egli si trova in una condizione superiore, è ancor più meraviglioso. E in questa condizione Egli effettivamente si trova. Ed Egli è anche Vita, perché l’attività dell’intelligenza è vita, ed Egli è appunto quell’attività. E la sua attività, che sussiste di per sé, è vita ottima ed eterna. Diciamo, infatti che Dio è vivente, eterno e ottimo; cosicché a Dio appartiene una vita perennemente continua ed eterna: questo, dunque, è Dio:" Che cosa pensa Dio? Dio pensa la cosa più eccellente, la cosa più eccellente è Dio stesso. Dio dunque pensa a sé medesimo: è pensiero di pensiero. Non pensa quindi alle realtà del mondo ed ai singoli uomini, cose imperfette e mutevoli, l’oggetto del suo pensare è ciò che non muta.
Secondo Aristotele Dio non ha creato il mondo, ma è il mondo che si è prodotto tendendo a Dio, attratto dalla perfezione. Dio è solo amato e non amante, egli è oggetto e non anche soggetto d’amore. Anche per Aristotele come per Platone è impossibile che Dio ami qualcosa d’altro da sé, dato che l’amore è tendenza a possedere qualcosa di cui si è privi e Dio non è privo di nulla. Aristotele critica aspramente il mondo delle Idee di Platone con numerosi argomenti, dimostrando che, proprio in quanto "separate" ossia "trascendenti", esse non potrebbero essere né causa dell’esistenza delle cose, né causa della loro conoscibilità.
La seconda scienza teoretica per Aristotele è la fisica o filosofia seconda. La fisica di Aristotele non è da intendersi come la si intende da Galileo ad oggi, ma è strettamente collegata alla metafisica, in quanto che, per Aristotele il soprasensibile è causa e ragione del sensibile ed al soprasensibile termina sia l’indagine metafisica sia la stessa indagine fisica. Rifacendosi ancora alla distinzione originaria dei diversi significati dell’essere abbiamo visto che potenza e atto riguardano le varie categorie per conseguenza anche il movimento che è passaggio dalla potenza all’atto riguarda le varie categorie determinandone il mutamento: sostanza (generazione e corruzione), qualità (alterazione), quantità (aumento e diminuzione), luogo (traslazione).
Solo i composti (sinoli) di materia e forma possono mutare, perché solo la materia implica potenzialità. Connessi a questa concezione del movimento sono i concetti: 1) di spazio (il luogo è il limite del corpo contenente in quanto esso è contiguo al contenuto, dunque il luogo è il primo immobile limite del contenente) 2) di tempo (ossia il numero del movimento secondo il prima e il poi). La percezione del prima e del poi, e quindi del numero del movimento, necessariamente suppone l’anima: quindi, se solo l’anima ha la capacità di numerare, risulta impossibile l’esistenza del tempo senza quella dell’anima.
Aristotele ha distinto la realtà sensibile in due sfere fra loro nettamente differenziate: il mondo sublunare (caratterizzato dal mutamento: generazione e corruzione che caratterizza la materia terra, acqua, aria e fuoco) e il sopralunare o celeste (etere o quinta essenza, ingenerato ed incorruttibile). Se non ci fosse l’eterno non esisterebbe neppure il divenire.
La fisica aristotelica indaga sia l’universo fisico e la sua struttura, sia gli esseri che sono nell’universo quelli inanimati, quelli animati e quelli dotati di ragione. Una particolare attenzione viene dedicata all’uomo, Aristotele nel suo trattato "Sull’anima" dice:
"E’ necessario che l’anima sia sostanza come forma di un corpo che ha vita in potenza; ma la sostanza come forma è entelechia (=atto); l’anima dunque è entelechia prima di un corpo fisico che ha la vita in potenza". L’anima può essere: 1) vegetativa: regola le attività biologiche in particolare l’accrescimento e la nutrizione (piante), 2) sensitiva: sensazioni, appetiti, movimento (animali che hanno anche la vegetativa), 3) intellettiva o razionale (uomo che ha anche la vegetativa e la sensitiva).
L’anima intellettiva non è mescolata al corpo: " L’organo dei sensi non sta senza il corpo, mentre l’intelligenza sta per conto suo". Aristotele fa una distinzione fra l’intelletto possibile e l’intelletto attivo: " E poiché in tutta quanta la natura c’è qualcosa che è materia e che è proprio di ciascun genere di cose (e questo è ciò che in potenza è tutte quelle cose) e qualcos’altro che è causa efficiente, in quanto tutte le produce, come fa per esempio l’arte con la materia, è necessario che anche nell’anima vi siano queste differenziazioni. C’è dunque un intelletto potenziale in quanto diventa tutte le cose e c’è un intelletto agente in quanto tutte le produce, che è come uno stato simile alla luce: infatti anche la luce in un certo senso rende i colori in potenza colori in atto. Questo intelletto separato, impassibile e non mescolato è intatto per sua essenza: infatti l’agente è sempre superiore al paziente e il principio è superiore alla materia. Esso è solamente ciò che appunto è, e questo solo è immortale ed eterno."
Questo intelletto che "viene dal di fuori" è irriducibile al corpo per sua intrinseca natura, è quindi trascendente al sensibile. In noi c’è quindi una dimensione metempirica, soprafisica e spirituale: questo è il divino in noi. Il fine ultimo della vita dell’uomo e quindi il bene supremo è la felicità. La felicità consiste nel perfezionarsi in quanto uomo con l’attività della ragione: l’uomo che vuol vivere bene deve vivere sempre secondo ragione.
La ragione riesce a porre la giusta misura e la via di mezzo fra eccesso e difetto (che appartengono alla parte vegetativa e sensitiva dell’uomo). "Sicchè è possibile spingersi troppo in là o non abbastanza, per paura, orgoglio, desiderio, pietà, e, generalmente, piacere e dolore, e l’eccesso e la carenza sono allo stesso modo errati; ma per esprimere queste emozioni al momento giusto, per i giusti oggetti, nei confronti delle giuste persone, per i giusti motivi, e nel modo giusto, è il medio ovvero miglior bene, che significa virtù".
Per far sì che l’anima razionale sopravvalga sugli istinti bisogna mettere in atto le virtù etiche ( in particolare la giustizia) e le virtù del comportamento pratico. "Questo nostro studio, a differenza di altre indagini, non ha intenzioni meramente teoriche, e ciò perché l’oggetto della nostre ricerca non è di sapere cos’è la virtù ma come diventare buoni, e questo è l’unico beneficio che comporta. Dobbiamo pertanto considerare il giusto modo di compiere le azioni:" Per raggiungere la felicità si deve fare esercizio di saggezza, di sapienza e di vita contemplativa che è quella che ci avvicina a Dio. "L’uomo virtuoso vede il vero in ogni cosa, in quanto è regola e misura di ogni cosa". Il bene del singolo è della stessa natura del bene della Città. "Ciò che è equo e insieme giusto è migliore di ciò che è giusto in un unico senso. Non è meglio del giusto in generale, meglio però dell’errore dovuto alla generalità della legge. Ed è questa la vera natura dell’equità, una rettifica della legge laddove questa non è sufficiente a causa della sua universalità". L’uomo è un "animale politico", infatti può non far parte della comunità solo chi è autarchico e non ha bisogno di nulla, ma cosiffatto può essere solo "o una belva o un Dio".
Il vivere in pace e il fare le cose belle (contemplare) è l’ideale supremo cui deve mirare lo Stato, pertanto bisogna fare la guerra solo se il fine è la pace, lavorare per potersi liberare dalla necessità del lavoro, fare le cose necessarie ed utili per poter guadagnare il libero riposo e quindi fare le cose belle, cioè contemplare.
"Se la felicità consiste in una attività virtuosa, questa deve essere l’attività della suprema virtù o, per dirla altrimenti, della parte migliore della nostra natura. Concludiamo pertanto che la felicità ha estensione pari alla forza del pensiero e che, quanto maggiore è il potere del pensiero di una persona, tanto maggiore sarà la sua felicità: non come alcunché di accidentale, bensì in virtù del suo pensiero, poiché esso è in sé e per sé nobile. Ne consegue che la felicità deve essere una forma di contemplazione."

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