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Associazione Gea
Psicologia Analitica e Filosofia Sperimentale
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GeaBlog: Riflessioni e Pensieri in libertà
  dal 18 al 12   
Ada Cortese Apr 2006
Scheda pubblicata su Individuazione n°55
PSICOANALISI E COMUNICAZIONE

Non la penso come te, ma darei la vita perchè tu possa esprimere il tuo pensiero" (Voltaire)

Ci piace citare la famosa frase liberale che segnala ascolto e generosità senza riserve e farla seguire da un'altra che spesso, quasi prima di pensarci, ci "scappa", denunciando il bisogno inconscio di mantenere la distanza di pensiero e di affetto anche quando l'altro ci sta solo comunicando cose buone. Dell'effetto deludente che produce ce ne accorgiamo quando ci viene in risposta.
Quante volte, cioè, ci capita nelle nostre relazioni interpersonali di provare un sottile e spesso inespresso fastidio avanti alla risposta del nostro interlocutore quando così essa comincia "sì,... ma"?
Polarità, nullificazione del nostro dire nell'addizione di due opposti segni che si elidono a vicenda.
Il più ed il meno non producono nulla. Zero. Paralisi.
Sterilità. Glacialità.
Nel nostro comune parlare è quasi un intercalare non lontano da quelle forme linguistiche che spingono verso il basso, verso la minimalizzazione, verso la "vaporizzazione" delle stesse parole che poi si faranno seguire a tali premesse invalidanti: accade spesso di sentire iniziare discorsi e considerazioni personali - dunque dove più è facile l'esposizione della propria visione delle cose e l'assunzione di responsabilità di ciò che si pensa - ebbene, dicevo, accade spesso che tutto sia preceduto da un "niente...volevo solo dire che", "no,... volevo solo dire che", "datemi un attimino, solo per, dire, niente….volevo solo dire che".
C'è però una differenza fondamentale: che se in questo secondo caso è il soggetto che autosqualifica già in anticipo il pensiero personale che va ad esporre, nel primo caso _ quello su cui vogliamo principalmente soffermarci _ il fastidio nasce dal sentire squalificare in forma subdola il proprio concetto. La formula del "sì,…ma" denuncia la non volontà o l'incapacità di reggere e contribuire al dialogo e al discorso in forma sincera, aperta ed intellettualmente lucida.
Il "sì, ma" veicola l'esatto contrario di ciò che essa formalmente rumoreggia: la non disponibilità al confronto o una sentenza già passata in giudicato.
Spesso la formula polare è adottata da chi mal sopporta di imparare, e senza sapere, vorrebbe fingere di dire la sua sull'argomento prima ancora di aver capito quale esso sia precisamente, per il semplice fatto che questo soggetto non ha nemmeno dato all'interlocutore il tempo di esprimersi.

La formula polare nel trattamento psicoanalitico e in Psicoanalisi
Anche nell'universo psicoanalitico in cui ci muoviamo, ovviamente la polarità fa la sua comparsa: è un modo che, proprio per la sua chiusura all'ascolto, si presenta spesso nella fase iniziale del lavoro analitico o psicoterapeutico, allorché il neo analizzando _ poco familiarizzato alla dialettica introspettiva e ancor meno ai movimenti del pensiero, che in lui non è giunto ad autoconsapevolezza _ tende a difendersi dalle proposte riflessive dell'analista avvertite come invasive e destruenti la percezione nitida della propria identità.
In quella fase iniziale la possibilità che si debba trattare ed interpretare l'ambivalenza e la contraddittorietà, in cui il soggetto rischia di restare imbrigliato, è messa in bilancio. Ma, se in quella fase il "sì, ma" segnala la paura dell'affidamento _ spesso confusa e sovrapposta alla paura per una dinamica davvero pericolosa: quella della delega _ in tempi di maggiore consapevolezza _ e restiamo dunque all'interno dell'universo interiore _ e di maturità generale, il ritorno all'automatismo del "sì, ma" non può essere inteso che come frutto di una gigantesca rimozione. Ed esso compare, ripeto, quando si riflette particolarmente sulle cose della coscienza e del suo possibile sviluppo.
Che farsene di questo fenomeno? Come interpretarlo?
Azzardiamo un' ipotesi: le persone hanno ancora pudore e terrore di allontanarsi dal mondo pensando di perderlo se si dedicano allo sviluppo della coscienza e dello spirito. Temono la rimozione e temono sia unilaterale occuparsi elettivamente di spirito in una naturale divisione di compiti e destini che magari lascia elettivamente ad altri, e fino al presente, di occuparsi "delle cose del mondo".
Si andava trattando di questi continui equivoci _ in cui incappano anche le persone aperte e intellettualmente dotate _ con una giovane psicologa da poco entrata in analisi. Ed ella ha fatto una bellissima considerazione, semplicissima, che mi ha immediatamente fatto comprendere la sottile sintonia empatica e spirituale che ci unisce:
"Da ragazzina riflettevo sul senso delle suore di clausura: non lo trovavo proprio. Mi dicevo, con tutto quanto c'è da fare al mondo queste si permettono di ritirarsi e non fare nulla. Per me aveva valore solo il gesto fisico. Il soccorrere, l'aiutare concretamente. Oggi non la penso più così. So che la preghiera, il raccoglimento, nella solitudine, è una forma di attività per tutto il mondo e una delle più potenti".
Ascoltando, un grande senso di leggerezza e di sollievo circolava per lo studio: finalmente una giovane donna di nemmeno trenta anni trova naturale ciò che per tanti altri naturale ancora non è. Una ragazza con cui dunque non verrà fuori il "sì, ma", la riserva, la paura di inoltrarsi profondamente lungo un certo sentiero.

Formula polare, ricerca scientificae maturità riflessiva
La cosa su cui ci vogliamo soffermare è la forma linguistica che con matura tranquillità ha affermato un aspetto della realtà, è riuscita a stare ferma presso tale aspetto, senza avvertire la necessità concretistica e poco filosofica di nominare il lato ad esso opposto, l'altra faccia di quella stessa realtà. Il modo di esprimersi denunciava la naturalezza dello sguardo d'insieme che garantiva la "zoomata" sul "particolare". Temo che tutte le volte che una persona si esprime nella polarità manifesti, senza saperlo, semplicemente il suo analfabetismo riflessivo e filosofico.
Perchè se uno scienziato si "alambicca" continuativamente attorno al suo problema, ciò è accolto dalla coscienza collettiva, mentre se uno psicoanalista si "alambicca" continuativamente attorno ai modi migliori per uscire da una certa condizione coscienziale viene considerato una sorta di "fondamentalista", "integralista", quando non "esaltato" e, magari, anche vittima di un falso Sè?
Se uno scienziato si dedica ad una certa ricerca, è normale che si faccia prendere totalmente dagli interrogativi, dai problemi in cui incappa lungo il suo tentativo e seguendo le sue intuizioni. Ed è patrimonio dell'inconscio collettivo l'immagine dello scienziato che, pur a casa, con la moglie, con i figli, mentre attraversa _ magari peggio degli altri comuni mortali _ le incombenze ed i riti di vita quotidiana, resti con il cuore e la testa a seguire i suoi teoremi, a pensare alle sue formule incomplete, alle procedure da perfezionare nell'esperimento, ecc.
Per lo psicoanalista _ che è difficile pensare come un professionista qualsiasi il quale semplicemente, avendo acquisito un metodo, semplicemente lo segue, semplicemente "esercita" alla stregua di un qualsiasi altro lavoratore _ non è molto diverso:
presente alla continua dinamica psichica, sensibile al suo periodo storico, consapevole dell'impossibilità di riposare su posizioni statiche, se solo è onesto professionalmente, non può che essere in continua ricerca lungo e all'interno del suo specifico angolo di visione, una finestra sempre aperta sulla permanente impermanenza, sulla trasformazione continua.

Psicoanalisi Evolutiva e Destinazione Umana
La ricerca psicoanalitica parrebbe essere oggi già oltre se stessa nel senso che essa stessa sempre più tende a diventare l'ambiente che mira a favorire la sperimentazione consapevole della coscienza di ciò che già siamo. La ricerca, dunque, sta nello scoprire quello che siamo in una prospettiva che riconosce nel nostro patrimonio psicogenetico la progettualità esistenziale che ci appartiene dalla nascita. Non c'è il viaggio se non come ritorno a noi a quello che nasce con noi e che spesso aspetta una vita per essere ritrovato. Occuparsi dello spirito è in altri termini necessità vitale di autoriconoscimento nel proprio "destino" o non lo è. Se lo è, esso non ammette neutralizzazioni, devitalizzazioni con parole che, "sì" ne riconoscono l'importanza "ma" non vogliono dimenticare il mondo. Situazione identica seppur rovesciata a quella di ipotetici sopravvissuti che, occupandosi di ritrovare i parenti sepolti sotto le macerie del terremoto, non vorrebbero certo sentirsi dire "sì cerca pure il tuo fratello ma ricordati che devi elevare il tuo spirito!".
Questo "sì, ma", insomma, impedisce la ricerca e ogni seria attività perchè impedisce la circoscrizione del problema, del metodo, della "sperimentazione".
Responsabile la rimozione e il ritiro della fiducia nei confronti della potenza del pensiero quale forza trasformatrice che però, paradossalmente, è ciò che la psicoanalisi tende a reintegrare e a sviluppare nel soggetto, la forma della polarità nega alla stessa psicoanalisi la sua vocazione evolutiva e la consegna alla pur rispettabile categoria dei "mestieri" e delle "professioni". Nel registro logico e affettivo di tale categoria, totalmente secolare e pratica, non resta molto spazio per vasti orizzonti. Spesso, come scrive Jodorowsky nel suo libro "La danza della realtà":
"La nostra mente fa appello alla fragilità umana per ignorare il potere che essa ha di cambiare il mondo" (1) e così la psicoanalisi mestierante si posiziona su gradini solidali alla fragilità e si erge ad inconsapevole custode dell'asservimento.
Assolutamente pertinenti mi giungono alla mente le considerazioni di Cristina Campo: "Da tempo l'uomo sembra murato nella sua tecnica come un insetto nell'ambra. A che cosa si riduce ormai l'esame della condizione dell'uomo, se non all'enumerazione stoica o atterrita delle sue perdite? Dal silenzio all'ossigeno, dal tempo all'equilibrio mentale….dalla cultura al regno dei cieli. L'intero quadro appare quello di una civiltà della perdita, sempre che non si osi chiamarla ancora civiltà della sopravvivenza….
La perdita delle perdite, seme e circonferenza di tutte le altre, è però, come sempre, quella di cui non si fa il nome. Potrebbero, d'altra parte, creature che furono mutilate dell'organo stesso del mistero _ Pasternak direbbe l'orecchio dell'anima _ riconoscere di aver perduto il proprio destino? …..
Ma il destino non si scinde dal simbolo e non è per nulla strano che l'uomo abbia perduto l'uno nell'atto stesso che rinnegava l'altro". (2)

Proposta di un modello evolutivo
A questo punto ci può aiutare l'introduzione di un sintetico modello metodologico che divide in un "prima della mutazione" e in un "dopo la mutazione" il fenomeno delle fondamentali sintomatologie psicologiche.
Lasciando all' intuizione e all'approfondimento proposto in letture suggerite in altra pagina di questo numero (pag.14 in particolare "L'Avvento del regno specificamente umano" di S. Montefoschi), il compito di colmare le necessarie lacune espositive, noi proseguiamo le nostre libere associazioni sul tema individuato sostenendo il fondato sospetto che certe rimozioni, del tenore del "sì, ma" siano segnali di distorsioni e turbamenti psichici, che possono essere letti con significato opposto a seconda se li si ancori al "prima della mutazione" o "invarianza" o al "dopo la mutazione" o plusvarianza:
ancorati all'ambiente psichico "prima della mutazione" i sintomi segnalano l'assenza o la deficienza di riflessività; ancorati al "dopo la mutazione" gli stessi sintomi possono segnalare il prezzo che alcuni esemplari umani patiscono necessariamente nel loro bisogno di portare a coscienza il loro destino esistenziale già presente fin dalla nascita nel loro patrimonio genetico come mutazione universale che dunque si è già affermata seppure ancora inconscia di se stessa. Ancora ci piace nominare Cristina Campo e testimoniarne l'appartenenza ai nuovi esemplari. Ella non parlava di mutazione, la chiamava "maturità" ma basta capirsi: "Maturità: né folgorazioni né voci. Solo un precipitare improvviso, biologico vorrei dire: un punto che va toccato da tutti gli organi insieme perché la verità possa farsi natura.
Come destarsi una mattina e sapere una lingua nuova. E i segni, visti e rivisti, diventano parole.
Maturità è districare continuamente dal mondo, che da ogni parte sollecita e stringe (anche e soprattutto il mondo della bellezza), solo ciò che è nostro dalle origini, "quindi per destinazione"" (3).

Patologia della comunicazione come sintomo della plusvarianza in corso
Mentre scriviamo, ci rendiamo conto per un verso di pensare cose talmente ovvie e banali che una parte di noi vorrebbe lasciar perdere con queste considerazioni; per l'altro verso qualcosa ci induce a proseguire perchè il "sì, ma" che ci turba viene agito in ambiti e da soggetti tutt'altro che banali.
Ripetiamo: non ci sentiamo di collegare i "difetti" della comunicazione "polare" e le ombre relazionali come banali sintomi della staticità e dell'invarianza.
Resta dunque l'altro lato: la fatica della perenne riscoperta di se stessi nella plusvarianza evolutiva che, però, e qui sta il "dramma", non è ancora a volte per niente consapevole di esserci. Abbiamo la sensazione che il "sì ma" _ nel vissuto di sgomento e malinconia enorme che provoca _ sia piuttosto un segno di ciò che ancora manca, ancora un po' di costruzione (un po' di scoperta), mica tanta fatica, poco ancora per poco. Ci viene da ricordare la storia della tabella di Mendelev: una volta scoperti alcuni sistemi atomici, secondo il peso atomico, Mendelev, intuì che essi si ordinavano secondo una certa periodicità, dunque, se ne potevano dedurre altri prima ancora di averli scoperti fisicamente. Così è per questa fase evolutiva post-psiconalitica. Qualcuno parla di cose che sono già in realtà presenti ma che altri non colgono ancora. E per quegli strani ricercatori e scienziati, soggetti e oggetti di se stessi che sono gli psicoanalisti, spero valga la figura del quarto rabbi nella storia riportata dal Talmud (*) rispetto all'ascesi mistica: hanno superato il rischio della morte, il rischio della pazzia e della sterilità, usciranno dalla fatica del loro arduo compito sani interi e in pace, proprio come sani interi e in pace vi erano entrati.
Ovvero nulla verrà perso o sottovalutato o squalificato o giudicato.
Questo è un presentimento piacevole e dunque attendiamo fiduciosi.

(1) La danza della realtà A. Jodorowsky ed. Feltrinelli (2) Gli Imperdonabili C. Campo ed. Adelphi (3) Ibidem (*)quando vi si racconta, a proposito e come metafora del livello di comprensione della Torah, dell'ingresso nel "pardes" (giardino dei segreti) dei quattro rabbi, ovvero dei quattro tra i più grandi maestri del Talmud: Ben Azai guardò e morì, e di lui il verso dice: preziosa agli occhi di Dio è la morte dei suoi pii. Ben Zoma guardò e rimase ferito, e di lui dice il verso: ha trovato miele, basta di mangiarne, o altrimenti ti sazierà al punto di vomitarlo. Acher si mise a tagliare i virgulti.
Rabbi Akiva uscì in pace. Ovvero: il primo entrò, vide e morì, il secondo entrò, vide e impazzì, provocando siccità e sterilità delle piantagioni, il terzo entrò santo e uscì eretico, il quarto entrò sano ed uscì sano.



Ada Cortese


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Estratto intervista su Rai 3

Alejandro Jodorowsky a Gea

1992 "Inaugurazione di Gea"

2011 "Sulla Terza Età"