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Carla Gianotti Ott 2012
Donne di Illuminazione

Un libro di Carla Gianotti su Dákiní, Demonesse, Madri Divine e maestre di Dharma

Partendo da una domanda fondamentale che mi posi sin dalle mie prime frequentazioni degli insegnamenti del buddhismo indo-tibetano (come studiosa prima e come praticante e studiosa poi) e cioè:

- Può una donna diventare buddhá? o, detto in altri termini,
- E' la donna un soggetto religioso all'interno del Sentiero del Beato?
altre ne sono seguite:
- Quali sono state, nel passato, le testimonianze di buddhità per una devota?
- Esistono, secondo quanto riportano i testi più autorevoli, differenze di percorso tra un uomo e una donna sul Sentiero del Risveglio?
- Sono attestati specifici modelli religiosi femminili?
- Quale ruolo svolgono le divinità femminili nel buddhismo tibetano?
- Sono divinità autonome oppure sono figure subordinate a una divinità maschile?
- Ci sono qualità simbolicamente femminili e positive che segnano la rappresentazione della divinità maschile?

E infine:
- Ci sono state/ci sono incongruenze di segno androcentrico, oppure apertamente misogino, che hanno segnato/che segnano lo sviluppo del sa³gha buddhista nei secoli?

Tali quesiti sono i semi da cui è nato il presente lavoro. L'intento è stato quello di cercare e di trovare risposte testuali ed esperienziali che testimoniassero il progredire sul Cammino e fino al Risveglio per il mezzo di una forma di donna, una forma custodita cioè in tutto il valore del suo essere donna. Perché la discriminazione di genere in ambito religioso (così come ogni altra discriminazione) è innanzitutto poco dignitosa, ma è soprattutto deprecabile per chi ancora oggi, adducendo tradizioni testuali antiche e/o originali, la sostiene e la perpetua attraverso modi e forme diverse.

Il tema più generale in cui si inscrive uno studio di questo tipo è, da un lato, quello della relazione donne-religione, un rapporto oggi indagato attraverso un'ampia proliferazione di studi di carattere religioso e filosofico, psicologico e antropologico nei diversi credi del mondo; dall'altro quello del binomio salvezza /studi di genere. Nella sua presenza e nella sua assenza, il ruolo svolto dalle donne vale infatti a determinare precisi modelli di comportamento religiosi ed etici responsabili della costruzione del genere e dell'identità delle donne. Perché se, come è noto, il sesso indica una valenza biologica e morfologica, il genere vale invece quale categoria delle differenza sessuale (nelle dimensioni storiche e filosofiche, teologiche ed esistenziali) ponendosi evidentemente quale artefice di quelle immagini o ruoli che codificano la norma sociale dell'identità delle donne. La categoria di genere, in quanto responsabile della realtà socio-culturale, viene oggi riconosciuta quale significativa matrice di una particolare rappresentazione della realtà e non della realtà stessa . A ciò si aggiunga che l'identità delle donne passa necessariamente attraverso i ruoli che le sono riconosciuti o attribuiti: ciò significa che il ruolo e lo statuto religioso delle donne influenzano e determinano la trasmissione dei modelli religiosi sia maschili che femminili e, soprattutto, la trasmissione dei modelli religiosi considerati neutri nella loro esplicita sessuazione maschile.
Nelle società contemporanee la conciliazione di genere si pone dunque quale fattore imprescindibile per uno sviluppo maturo e responsabile del messaggio di Šákyamuni e dei suoi valori nel mondo e per la "reputazione stessa del Buddhismo quale religione egualitaria e equanime". Perché la questione dell'equilibrio di genere e della conciliazione di genere nell'ambito religioso buddhista, così come pure in qualsiasi altro ambito, non è solo una questione di giustizia sociale, ma anche ( parafrasando la ven. Karma Lekshe Tsomo) una questione di buon senso .

La presente analisi, che riunisce materiali e riflessioni raccolti in più di dieci anni di studio e ricerca, è dedicato alla realizzazione femminile della buddhità, a immagini divine femminili particolarmente venerate e alla trasmissione femminile della Dottrina in un periodo compreso grosso modo tra il V sec a.C. e il XIII sec. d. C. Il denominatore comune dell'indagine è stato quello del riconoscimento della dualità di genere come modalità imprescindibile di interpretazione e di visione di sé e del mondo, una prospettiva inaugurata ormai da alcuni decenni soprattutto negli Stati Uniti e ancora praticamente assente nel panorama editoriale italiano .
L'itinerario donna-illuminazione qui proposto è articolato intorno a quattro figure femminili individuate come paradigmatiche all'interno del buddhismo indo-tibetano:

- la Õákiní
- la demonessa srin mo
- il bodhisattva di forma femminile
- la maestra di dharma


Le Õákiní sono state talvolta definite fate, streghe, oppure maghe: eppure esse non appartengono al mondo dell'infanzia, dacché rappresentano una esperienza spirituale adulta, non confinabile cioè in una dimensione infantile della coscienza. Attraverso forme terrifiche e inquietanti, oppure benevole e luminose, la Õákiní si muove nello spazio liminare della coscienza e, disvelandosi attraverso il sogno o la visione, guida gli adepti al ridimensionamento dell'ego e al superamento del dualismo del mondo fenomenico. La concezione della Õákiní in ambito buddhista, poi, presenta particolari connessioni e coincidenze con il concetto di Anima secondo l'interpretazione junghiana

La demonessa srin mo è una figura di primo piano all'interno della tradizione indo-tibetana dove ha conosciuto rappresentazioni ed esiti diversi. Da progenitrice mitica a terra-matrice conficcata al suolo attraverso l'erezione di sacri templi nei punti geomantici del suo stesso corpo, da anti-madre nella versione tibetana di Cenerentola a maestra di dharma ne I Centomila Canti di Milarepa, la srin mo rivela una straordinaria vitalità nella molteplicià delle sue manifestazioni mitico-religiose .
Il tema letterario del bodhisattva in forma femminile variamente coniugato con il motivo della trasformazione sessuale (requisito indispensabile per la progressione sul Sentiero mahayanico della natura femminile) è presente in un buon numero di sútra del Canone buddhista tibetano. Si tratta di un topos letterario che percorre latitudini culturali vicine al buddhismo (come l'induismo), oppure distanti da quello (come il cristianesimo antico attraverso il tema dell'uomo dell'anima). In alcuni casi, tuttavia, la necessità etica della trasformazione sessuale viene superata: così accade alla figura divina di Tárá e alla dea del Vimalakírtinirdeðasútra, il Sútra dell'Insegnamento di Vimalakírti .
La nascita della comunità monastica femminile (secondo quanto viene riportato nella tradizione testuale del buddhismo antico e alla luce delle più recenti interpretazioni) è un fatto storico di importanza cruciale per l'esistenza del sa³gha femminile, sia religioso che laico, così come per la legittimazione stessa dell'esistenza delle maestre di dharma all'interno delle scuole theravada, maháyána e vajrayána. Tra le numerose figure di maestre riconosciute e ricordate come tali nelle scuole sopra menzionate, un posto particolare occupano ventiquattro ascete tibetane vissute nell'XI-XII sec., venerabili maestre ancora praticamente sconosciute (cap. IV).

Da ultimo, l'ordine di successione delle quattro figure femminili qui considerate intende disegnare, in senso trasversale, una sorta di itinerario ideale di buon aupicio del binomio donna-illuminazione.
Partendo dall'incontro con la realtà divina e trasformatrice della Õákiní e fronteggiando le temibili proiezioni, o demoni, della visione egoriferita, le adepte del Sentiero addivengono al superamento di quella concezione, di stampo androcentrico e ancora largamente radicata nei buddhismi del mondo, la quale postula (spesso tacitamente) l'ottenimento del Risveglio attraverso una forma di natura maschile. La particolare maturità umana e religiosa così acquisita potrà allora condurre le devote ad assumersi la responsabilità di diventare, all'interno del sa³gha del Beato, donne di illuminazione ovvero buddhá.

Bibliografia
Donne di Illuminazione
di Carla Gianotti
Ubaldini Editore - Roma

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Questo lavoro, che riunisce materiali e riflessioni raccolti in più di 10 anni di studio e ricerca, si concentra sul ruolo svolto dalla donna nel Buddismo indo-tibetano tra il Quinto secolo a.C. ed il XIII secolo d.C.
Quattro le figure femminili individuate come paradigmatiche: la Dákiní, la demonessa Srin mo, il Bodhdisatva di forma femminile e la maestra di Dharma che mostrano il ruolo della donna e del simbolismo femminile nell'antica tradizione Buddhista tibetana.
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Il Libro verrà presentato Sabato 27 Ottobre 2012 alle ore 18
presso L'Istituto CELSO, Dipartimento di studi asiatici

Galleria Giuseppe Mazzini 7, Genova
Informazioni Tel 010 586556
www.celso.org








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