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Psicologia Analitica e Filosofia Sperimentale
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GeaBlog: Riflessioni e Pensieri in libertà
  dal 24 al 18   
Ada Cortese Mar 2013
L'ONICOFAGIA

Il fascino sottile e perverso di mordicchiarsi le unghie

In genere, come tanti altri piccoli disturbi (tic, stereotipie di movimenti, ecc.), nasce nell'infanzia e si afferma quanto più dall'esterno sono giunti al soggetto divieti e punizioni.
Spesso nasce in situazioni familiari pesanti, caratterizzate da esplosioni e litigi sistematici tra i genitori, nasce avanti ad aspettative parentali troppo alte (di tipo scolastico, agonistico, ecc.), nasce quando il soggetto non sente a sufficienza l'amore dei genitori, nasce per gelosia verso i fratelli, ecc. Insomma nasce in situazioni in cui l'affettività, il mondo dei sentimenti, si esprime - dentro al soggetto e o attorno a lui fuori - come aggressività.
Può accadere allora che il soggetto-bambino cerchi di risolvere l'ansia che quelle situazioni gli provocano proponendosi inconsciamente come oggetto sacrificale.
E mi spiego: egli offre la propria totale remissività, passività ed impotenza, in cambio della liberazione della sua famiglia, di se stesso, ecc., da ogni esperienza di aggressività.

Per chiarire pensiamo sia utile uno schema e qualche esempio:
l'onicofagìa, come molti altri analoghi rituali di tipo ossessivo, sembra prodursi grazie alla concomitanza di tre fattori.

1) Il primo fattore è rappresentato dalla tendenza, in mancanza di procedure dirette e mirate, ad utilizzare espedienti di tipo metaforico. Nel nostro caso osserviamo:

a) che il gesto del portare qualcosa alla bocca, suggere, richiama metaforicamente l'esperienza del seno materno e della madre buona e che, quindi, viene utilizzato per
ottenere lo stesso effetto tranquillizzante. Espedienti analoghi sono: portare alla bocca pipe, sigarette, matite, merendine, ecc;
b) invece il gesto di rosicchiare richiama metaforicamente quello di digrignare (pronti all'aggressione) i denti usualmente associato alle situazioni di tensione.
Espedienti analoghi sono: rosicchiare lo stecchino, la matita, le lenzuola, masticare chewing gum, ecc.
2) Il secondo fattore è rappresentato da una sorta di soddisfazione autolesionista (quello che in sostanza Freud definiva istinto di morte) unita alla capacità di produrre presenza attraverso la percezione del dolore.
Anche in questo caso si mostra l'ambivalenza inconscia tra tendenza alla quiete mortifera e necessità di restituirsi alla vita attraverso la percezione del dolore fisico.
Per esempio: alcuni si mordono le labbra, la lingua, l'interno delle gote.

3) Il terzo fattore infine è rappresentato dal loop ossessivo prodotto dalla inadeguatezza dell'espediente utilizzato, unito alla rimozione di tale inadeguatezza.
Ciò produce la necessità di ripetere il gesto compensatore (coazione a ripetere), magari con maggiore determinazione ed intensità, nella speranza che risulti finalmente adeguato all'appagamento del bisogno. Alcuni, per esempio, iniziano a grattarsi le gambe per rimediare ad un prurito magari lieve e per ragioni analoghe rieseguono il gesto ripetutamente con intensità progressivamente crescente fino a prodursi escoriazioni dolorose e sanguinanti.

L'aggressività di cui il bambino vuole liberare sé ed i suoi cari, è vissuta dal bambino come poteva viverla il nostro antenato delle caverne: un sentimento di annientamento radicale che intende ferire o uccidere l'altro, oggetto di tale sentimento. Dunque: sentimento inaccettabile.

Dunque necessità di esorcizzare la vita personale e la vita dei cari da questo pericolo. Inconsciamente il bambino promette che sarà bravo per sempre se...
Sono promesse che spesso da bambini facciamo. Ed egli comincia subito ad essere bravo, ossia innocuo: il gesto del portare qualcosa in bocca da un lato veicola il desiderio del bambino di regredire nella magica ed edenistica situazione garantita dal seno materno; ma dall'altro lato dobbiamo considerare gli elementi del gesto: unghie mangiate dai denti. Entrambi simboli e sopravvivenze di arcaiche armi che il corpo animale conserva: artigli e zanne. Viene simbolicamente eliminato quanto servirebbe ad aggredire il mondo. L'aggressività, forma di energia che è sostanza di ogni essere vivente, uomo compreso, viene così deviata dal mondo e ritorta contro se stessi in quanto letta e sperimentata in un suo solo lato, quello negativista, seppure a due livelli: quello concretistico e primordiale della violenza fisica a livello filogenetico (memoria e imprinting di specie) e quello della disconferma anche psicologica a livello ontogenetico (memoria ed imprinting di storia personale).

Il persistere di questo piccolo grande rituale segnala allora che anche da grandi persiste nell'inconscio del soggetto un conflitto irrisolto rispetto alla gestione dell'aggressività. Ed essa resta inaccettabile perché ancorata e coincidente con l'esperienza di scontro mortale. La relazione che il soggetto ha interiorizzato e sui cui binari conduce la qualità di ogni sua relazione reale è nevrotica perché basata sui ruoli unilaterali forte-debole, governante-governato, ecc.
E a chi non riconosce legittima la propria aggressività resta sempre e solo il copione del bisognoso. Però siccome nessun essere umano può accettare un solo lato, essendo egli portatore dell'unione di opposti, è proprio il più debole che svilupperà aggressività sempre più forte quanto meno accettabile dallo stesso soggetto che la esprime.
E chi si mangia le unghie ha da tempo deciso che l'aggressività è cattiva. Non stupiamoci dunque se proprio tra questi piccoli divoratori, troviamo esempi notevoli di aggressività manifesta.
In realtà l'aggressività è un lato dell'amore. Non c'è amore vero senza aggressività così come non c'è vita vera se non si accetta anche quotidianamente di morire, simbolicamente s'intende.
Il superamento del sintomo è subordinato solo alla presa in carico coscienziale da parte del soggetto di ciò che esso sintomo svela mentre cela e viceversa. Il soggetto può farsi responsabile del profondo significato trasformativo del sintomo solo se riesce a passare da una logica di contrapposizione ad un modo di pensare dialettico dove è prevista, come parte integrante della vita e del pensiero, l'accettazione della conflittualità quale fondamento ontologico dell'esistente: per restare nell'ambito della dimensione affettiva di cui stiamo trattando un esempio è l'amore che si fa esperienza matura e piena solo quando il soggetto può reggere in sé la convivenza di due opposti sentimenti per la stessa persona: attrazione e rifiuto.

Amore per ciò che in lei è amabile, rifiuto per ciò che in lei non è avvertito come amabile. Poiché ogni essere umano porta in sé entrambi i lati, un amore davvero maturo saprà trovare posto e parola per entrambi gli aspetti.
Insomma occorre giungere a riconoscere in noi stessi ciò che la vita continuamente ci mostra: la duplicità di ogni aspetto.
Tale riconoscimento sancirebbe l'uscita dal pensiero infantile che divide facilmente il bene dal male, il giusto dall'errore, la pace dalla guerra ecc. e permetterebbe al soggetto l'avvio di un lavoro di rielaborazione del destino e della storia dell'aggressività così come egli l'ha fin qui conosciuta e sperimentata.
Come tutti i lati della vita affettiva, essa è presente in noi su tutti i gradini di evoluzione. Sul primo scalino essa provoca paura mortale. Sull'ultimo scalino è determinazione virile ad esercitare la funzione creatrice del mondo.
E qui subentra l'altra parola chiave: la pericolosità di ogni soggetto umano rispetto all'esistente. Ogni vita è turbamento ed ogni vita turba.
Dunque sconvolge, porta differenza, cambia lo stato delle cose.
E ciò ha in sé necessariamente un gradiente di violenza.
Il battito d'ali di una farfalla qui a Genova diventa uragano a Pechino. Ma non sempre la violenza è cattiva. Essa è un aspetto dell'amore.
Amore non è solo mollezza e mansuetudine. Anche Gesù nel Vangelo lo dice. Occorre che ciascuno accetti il suo potenziale di trasformazione e se non lo agisce nessun altro potrà esprimerlo al posto suo, perché ognuno di noi è irripetibile. Perciò sacro.



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