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Associazione Gea
Psicologia Analitica e Filosofia Sperimentale
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GeaBlog: Riflessioni e Pensieri in libertà
  dal 44 al 38   
Ada Cortese Apr 2000
La leggerezza dell'essere
L’ANSIA DEL POSSESSO...

"L'ansia del possesso sa garantirci una sola cosa: il possesso dell'ansia".

Quante sono le cose necessarie in una casa e quanto di superfluo lasciamo che la invada?
Quante energie devono essere impiegate per la manutenzione degli oggetti superflui la cui funzione non è neppure di "apparire", far bella mostra di sè su qualche mobile o da qualche angolo della nostra abitazione?
Quante energie ci portano via le manutenzioni degli oggetti necessari alla manutenzione di questi oggetti inutili?
Quanti pensieri del nostro serbatoio spirituale ci vengono strappati per risolversi in costante preoccupazione per noi stessi, oggetti tra gli altri da preservare al meglio, e per i nostri cari?
Quanto carico d’ansia ci regala il bisogno di "preservare"?
Tanta e va benissimo alla nostra organizzazione sociale che prospera in società di assicurazioni, ditte per porte blindate, sistemi antifurto, casseforti.
Siamo preoccupati sempre per quanto ci è accaduto ieri e per quanto potrà accaderci domani. E intanto conviviamo con un Padre Nostro, che se ne starebbe - questo lo mormoriamo - ancora solo "nei cieli", ma a cui saggiamente chiediamo solo "il pane quotidiano".
Ognuno di noi, dunque, intuisce, al di là dell’ansia culturale, che basterebbe il "pane quotidiano", ossia la capacità di vivere in presenza la giornata. In questo passo della preghiera v’è tutta la saggezza dell’affidamento alle proprie risorse, al nostro lavoro se compiuto per il meglio, alla realtà così come è e così come si configura, beneficiando del nostro esserci così come siamo e così come il giorno ci configura, liberi da ciò che dovrebbe essere e non è; riconoscenti alla realtà così come è.
Il nostro passato si pulirebbe della polvere che su di esso il nostro stanco e ripetitivo sguardo posa. Ci verrebbe incontro in abiti nuovi se solo fossimo liberi di vivere e costruire la vita, la nostra vita giorno per giorno.
Il nostro futuro... non credo abbia senso pensarlo perchè oggi esso non esiste e se esisterà sarà un "adesso": non c’è modo migliore di avere il migliore dei futuri possibili, che vivere nel modo migliore il presente e solo il presente.
Non è un invito al lassismo, all’ignoranza, al non aver pensiero del passato e del futuro. No, è un invito a non avere più l’ansia!
Essa segnala dispotismo anacronistico di una funzione psichica che è stata necessaria in passato, il meccanismo paranoide, ossia l’allertamento mentale fino all’estremo limite della tensione muscolare. Il meccanismo paranoide è stato utile quando il Vivente era primitivo, tutto inconscio e dunque "animale", quando esso doveva preservare se stesso con l’autodivoramento (ogni vivente era potenziale cibo per altro vivente) e con l’autoriproduzione (ogni vivente maschio della stessa specie era potenziale nemico per il possesso della femmina che garantiva la perpetuazione di se stesso nel figlio).
La ricerca della serenità attraverso il controllo e il possesso sui nostri beni, sul nostro corpo, sui nostri affetti, sul nostro tempo non può che offrirci il contrario di quanto cerchiamo. Quanto più procediamo in questa direzione, tanto più alimentiamo l'ansia, perchè essa si alimenta di possesso, ossia di una dinamica assai retrograda rispetto a quanto potremmo agire spiritualmente e che già recitiamo da duemila anni quando preghiamo "dacci oggi il nostro pane quotidiano". Noi non chiediamo nè per ieri nè per domani ma per oggi. Vivere il presente significa che siamo in grado di scorgere un lato della vita che nega la pura tirannia del tempo lineare, gerarchico, produttivistico e... mortifero. V’è un lato della vita che sa regalare la percezione del momento presente assoluto, che sa farci sentire uno con tutto, che sa farci sentire parenti al tutto esistente, visibile ed invisibile, che sa farci sentire la vita in ogni cosa: nella pietra, nell’asfalto, nell’oggetto abbandonato, ormai usato ed inutile. V’è un lato che sa permettere la contemplazione di ciò che è in ogni cosa che è, gustandola perchè è.
Per niente altro.
E’ e basta.
E non v’è bisogno di possesso, di assicurazioni, di manutenzioni, di gerarchie, quando si va (o si torna? ) a percepire ciò che è, perchè l’esserci non ha bisogno di alcuna giustificazione.
Ognuno di noi è.
Cosa banale? Può darsi, ma sembra che quando l’essere coinvolge noi in prima persona (sicchè l’essere si fa per noi un esserci "qui ed ora") allora questa presenza diventi insostenibile nella sua leggerezza.
E allora bbiamo bisogno di tornare a zavorrarci. Proprio ora che potremmo volare alto, abbiamo bisogno di disseppellire le asce di guerra, di ritornare alle divisioni, alle frammentazioni crescenti quanto più crescente è la possibilità di percepirci vivi e nudi, spogliati da ogni preoccupazione.
L’ansia del possesso sa garantirci una sola cosa: il possesso dell’ansia.


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