Silvia Montefoschi
Biologo Medico e Psicoanalista
(Roma 1926)



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( INDI  17-10)   IL DUBBIO AMLETICO DI DIO
( INDI  33-11)   IL MELOGRANO: NUOVO ALBERO DELLA VITA (*)

Conferenze

Bibliografia


- L'uno e l'altro (Feltrinelli 1977; ECIG 89)
- Oltre il confine della persona (Feltrinelli 1979)
- Dialettica dell'inconscio (Feltrinelli 1980)
- Al di là del tabù dell'incesto (Feltrinelli 1982)
- Psicoanalisi e dialettica del reale (Bertani 1984)
- C.G.Jung: un pensiero in divenire (Garzanti 85)
- Il sistema uomo: catastrofe e rinnovamento (Cortina 1985)
- Essere nell'essere (Cortina 1986)
- La coscienza dell'uomo e il destino dell'universo (Bertani 1986)
- Il principio cosmico o del tabù dell'incesto (Bertani 1987)
- Fu una pioggia di stelle sul mio viso (Laboratorio Ricerche Evolutive 1989)
- Il Vivente (Laboratorio Ricerche Evolutive 1989)
- L'Essere Vero (Ed.i.p. 1996)
- Dall'uno all'uno oltre l'universo (Ed.i.p 1998)

Note Biografiche


Silvia Montefoschi è approdata alla psicoanalisi dopo la laurea in medicina e in biologia. Allieva di E. Bernhard, si è distinta, fin dalle sue prime opere, per un'interpretazione in chiave dialettica del pensiero junghiano.
Negli ultimi anni si è dedicata alla formazione di terapeuti e studiosi interessati a fare della psicologia del profondo uno strumento trasformativo del sociale.

IL PENSIERO

Silvia Montefoschi considera l’uomo quale punto di arrivo dell’evoluzione, in quanto sistema vivente dotato di maggiore consapevolezza.
Egli è l’unico infatti ad essere consapevole del proprio sapere - gli animali e i vegetali al più "sanno di sè" mentre l’uomo "sa di sapere di sè" - l’unico quindi capace di quel salto riflessivo che gli consente di "vedere se stesso" senza rimanere totalmente identificato in quanto di sè vede, percepisce o sa.
Tuttavia non sempre questa potenzialità umana è effettivamente messa in atto e consapevolizzata: spesso l’uomo consuma la propria vita ad un livello coscienziale inferiore alle sue possibilità, senza realizzare appieno ciò che il "sistema uomo" porta in sè.
Nel suo primo libro "L’uno e l’altro" compie un’analisi accurata del modo di relazionarsi umano in generale, a partire da quanto accade in un contesto specifico che può fungere da punto d’osservazione privilegiato: la relazione analitica.
Tra analista e analizzando, accade una precisa suddivisione di ruoli che, consapevolmente o meno, i due della relazione si spartiscono dando tacitamente il proprio consenso al realizzarsi della scissione dicotomica dei copioni: l’uno fa il soggetto conoscente (l’analista), l’altro l'oggetto conosciuto (il paziente), uno quello che sa e dispensa il proprio sapere, l’altro quello che riceve passivamente.
In questo modo ciascuno aliena da sè quel lato che all'altro delega.
Da ciò l’interdipendenza che caratterizza la maggior parte dei rapporti che ciascuno di noi ha sperimentato: madre-figlio, uomo-donna, marito-moglie, padrone-subalterno, .... con tutto il bagaglio di sofferenza ed il vissuto di mancanza che in sè porta.
Tuttavia proprio in questa "mancanza" si cela un’altra modalità di rapporto capace di restituire a ciascuno la propria soggettività.
Nella relazione analitica è proprio l’analista che, spinto dalla necessità di uscire dal gioco imprigionante dei copioni in cui ciascuno "deve" appagare le aspettative dell’altro, pena la morte del rapporto stesso, nel momento in cui riconosce nell’interlocutore la soggettività che in sè ha scoperto, ad essa si rivolge e così compie quel salto di consapevolezza che gli consente di liberare se stesso dall’identificazione con un solo polo della dialettica e di porsi in quel "terzo" punto da cui può realmente "vedere" la dinamica che si sta svolgendo.
In questo atto egli libera contemporaneamente anche l’altro, l’interlocutore dalla prigionia del ruolo complementare: si rende così possibile ad entrambi scorgere nella relazione in atto quella stessa dialettica che ciascuno vive anche dentro di sè, con il primo "tu" interiore.
Con questo salto di consapevolezza ciascuno arriva a scorgere in sè l’uno e l’altro polo della dinamica, e in tale riconoscimento ciascuno recupera a sè la propria soggettività.
Ciò che allora il soggetto in analisi arriva a sperimentare è l’impossibilità di separare nettamente conoscente e conosciuto, soggetto e oggetto della conoscenza, in quanto si accorge che in sè coincidono: egli non può più identificarsi in qualcosa che sia "altro" dal suo stesso riflettere su di sè.
Ad un livello più ampio dunque la psicoanalisi si rivela essere lo strumento principe che l’uomo si è dato al fine di sperimentare, in maniera sempre più consapevole, l’unità degli opposti, quella stessa che pure l’uomo ha da sempre intuito ed ha espresso attraverso varie metafore, da quella mitologica a quella filosofica, da quella religiosa a quella scientifica.
Nell’atto del guardare se stesso l’uomo prende distanza da sè, dai propri vissuti per poterne diventare consapevole, scoprendosi in questo modo anche soggetto riflettente, tutt’uno col Pensante, con l’atto stesso del pensare.
Ma tutto questo non si esaurisce nella piccola sfera individuale: se il soggetto compie il salto di consapevolezza, ciò che scopre in sè e che pertanto gli viene restituita è la dimensione collettiva e sociale che in lui si dà.
"Nel momento in cui l’uomo si accorge di essere un pensante, e arriva a collocare la propria identità nel Pensante, poichè il pensante è tutto il processo evolutivo del pensiero, in tale processo ripone la propria identità.
Ed ecco l’uomo cosmico."